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RIGENERA - Le storie

Fare comunità è un'arte: il potere di creare, scegliere e agire insieme

28 ottobre 2026  |  Tempo di lettura: 8 minuti

L’arte può superare le distanze tra le persone, dare spazio a chi resta ai margini e attivare nuove energie nei territori. Ma come si trasforma la partecipazione in cambiamento concreto? Nella quarta tappa di RIGENERA – il viaggio, Marinella Senatore racconta come la creatività condivisa possa favorire inclusione, riconoscimento e autonomia, generando relazioni e opportunità che durano oltre l’esperienza artistica

Un momento dell'evento RIGENERA di settembre nel cortile della Fondazione

Non siamo mai stati così connessi. Eppure, sentirsi parte di qualcosa resta tutt’altro che scontato. Possiamo vivere per vent’anni nello stesso condominio senza conoscere davvero i nostri vicini, attraversare ogni giorno una piazza affollata senza incontrare nessuno, condividere luoghi e abitudini senza sentirci parte della stessa comunità. La vicinanza fisica non garantisce quella umana. E nemmeno la possibilità di comunicare continuamente con gli altri assicura di sentirsi meno soli.

Nel 2025, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato un rapporto che restituisce le dimensioni del problema: circa una persona su sei nel mondo sperimenta la solitudine. Una condizione che può incidere sulla salute, sul benessere e sulla qualità della vita. Ma il dato solleva anche un’altra domanda: se abbiamo così tante occasioni di incontro, perché costruire relazioni significative continua a essere tanto difficile? Forse perché non basta condividere uno spazio. Per sentirci parte di una comunità abbiamo bisogno di essere riconosciuti, di poter esprimere ciò che siamo e di scoprire che il nostro contributo conta.

“Non basta essere circondati da persone per sentirsi parte di una comunità. Abbiamo bisogno di relazioni nelle quali la nostra presenza sia riconosciuta e possa fare la differenza”

È una distanza che Marinella Senatore, artista italiana tra le più riconosciute sulla scena internazionale, esplora da oltre vent’anni attraverso una pratica che mette le persone al centro del processo creativo. Le sue opere assumono forme diverse: installazioni luminose, musica, danza, laboratori e grandi azioni collettive che hanno coinvolto milioni di persone nel mondo.

Ma il loro risultato più interessante non coincide sempre con ciò che si vede. Può emergere nelle relazioni che nascono, nelle capacità che le persone scoprono di possedere, nelle iniziative che decidono di intraprendere dopo.

«Io mi sento solo. Io mi sento solo», racconta di sentirsi ripetere nelle comunità con cui lavora, dall’Asia all’Oceania, dall’Europa alle Americhe. Contesti molto diversi, accomunati da una domanda: «Ma io a chi appartengo?».

Da qui ha preso forma uno dei passaggi più significativi della quarta tappa di RIGENERA – il viaggio, il percorso promosso da Fondazione Cariverona e curato da Emilio Casalini per esplorare le diverse dimensioni della rigenerazione dei territori.

Nell’incontro di settembre, dedicato a Cultura – L’arte per fare comunità, Senatore ha mostrato come l’arte partecipativa possa offrire una risposta concreta al bisogno di relazione e appartenenza. Non perché elimini la solitudine, ma perché crea occasioni in cui le persone possono incontrarsi in modo diverso e scoprire di avere un ruolo nella vita degli altri.

Quando cambia lo sguardo, cambia anche il ruolo delle persone

Immaginiamo una persona senza dimora. Dorme per strada, incontra ogni giorno decine di persone, ma spesso nessuno la considera qualcuno da ascoltare. Poi partecipa a uno dei progetti artistici di Senatore: frequenta laboratori, incontra altri partecipanti, condivide idee e capacità. Accade qualcosa di inatteso: gli altri cominciano a seguirla, le chiedono indicazioni, riconoscono ciò che può offrire. A volte, racconta l’artista, persone che vivono in queste condizioni diventano veri punti di riferimento per il gruppo.

Il cambiamento acquista una forza particolare quando il progetto raggiunge lo spazio pubblico. Per un giorno, quella stessa strada sulla quale la persona normalmente dorme diventa il luogo in cui gli altri la riconoscono come qualcuno capace di guidarli. La sua condizione materiale non è necessariamente cambiata, e sarebbe ingenuo pensare che un’esperienza artistica possa cancellare la povertà o la marginalità. Ma è cambiato il modo in cui viene vista. E questo può modificare anche la percezione che ha di sé.

«Perché la condivisione ha a che fare con la dignità», spiega Senatore. Subito, però, precisa il proprio ruolo: «Non è che io la restituisco, in quanto io sono qualcuno che può permettersi di dire chi vale e chi no, ma attraverso l’arte creo le condizioni perché le persone si possano esprimere e possano fiorire».

La distinzione è fondamentale. La dignità non è qualcosa che l’arte concede: appartiene a ogni persona. Un progetto culturale può però creare le condizioni perché quella dignità trovi espressione e riconoscimento, oltre le etichette e i ruoli che abitualmente attribuiamo agli altri.

Senatore racconta che nei suoi laboratori questo accade anche tra persone che si conoscono da anni. Un vicino scopre la passione per la fotografia di qualcuno che aveva sempre giudicato in un certo modo. Due colleghi, abituati a condividere una scrivania, incontrano aspetti delle rispettive vite che non avevano mai conosciuto. Le persone non sono cambiate improvvisamente: è cambiata la possibilità di guardarle oltre ciò che già sappiamo di loro.

Ma che cosa rende possibile questo passaggio? Non basta riunire le persone in una stanza o invitarle a un evento. Il punto è metterle nelle condizioni di fare qualcosa insieme.

“L’arte non restituisce dignità alle persone, perché la dignità appartiene già a ciascuno. Può però creare le condizioni perché capacità, storie e identità spesso invisibili trovino spazio e riconoscimento”

Arte partecipativa: non basta invitare, bisogna condividere il processo

Siamo abituati a pensare all’arte come a qualcosa che un artista realizza e un pubblico osserva. Un’opera può emozionare, interrogare, cambiare il nostro modo di pensare, ma i ruoli restano generalmente distinti. Nell’arte partecipativa questa separazione viene messa in discussione: le esperienze, le conoscenze e le scelte delle persone coinvolte diventano parte del processo creativo e possono contribuire a determinarne il risultato.

Senatore ha maturato questa sensibilità molto presto. Da ragazza studiava violino e suonava in orchestra, un’esperienza che preferiva alla prospettiva di diventare solista. «Mi esaltava l’idea di avere un ruolo all’interno, però, di un gruppo che aveva altri ruoli», racconta. Un’orchestra, in fondo, funziona proprio così: ogni strumento mantiene la propria voce, ma contribuisce a qualcosa che nessuno potrebbe realizzare da solo. E anche le dissonanze fanno parte del risultato.

Marinella Senatore

Quell’intuizione attraversa tutta la sua ricerca e trova una delle espressioni più significative in The School of Narrative Dance, la scuola itinerante e gratuita fondata nel 2012. Qui persone di età, provenienze, condizioni sociali e capacità differenti partecipano a laboratori di danza, musica, narrazione e altre pratiche creative. Non è necessario possedere competenze artistiche: ognuno arriva con ciò che sa fare, ma anche con ciò che non sa ancora fare.

Per Senatore, del resto, la creatività non appartiene soltanto agli artisti. Si manifesta anche nel modo in cui affrontiamo un problema quotidiano, prepariamo una cena o ci prendiamo cura di qualcuno. Il potenziale creativo esiste già nelle persone. Il lavoro dell’artista consiste nell’attivarlo e offrirgli uno spazio di espressione.

È una concezione precisa dell’autorialità. L’artista non rinuncia alla propria visione, ma la esercita anche attraverso la capacità di far emergere quella degli altri. E questo comporta una scelta impegnativa: accettare che il processo non sia interamente controllabile. Durante RIGENERA Senatore lo dice senza mezzi termini: «Il problema di tanta arte e tanta produzione della cultura è quello di paventare che stai facendo qualcosa per le comunità, quando invece stai dando solo istruzioni».

“L’arte partecipativa non consiste nel chiedere alle persone di eseguire istruzioni, ma nel renderle parte del processo creativo, lasciando che le loro idee e capacità contribuiscano a dare forma all’opera”

La differenza è decisiva anche per chi progetta iniziative culturali e sociali. Coinvolgere persone in un’attività già definita non è la stessa cosa che permettere loro di contribuire a definirla. Nel primo caso si chiede adesione; nel secondo si apre uno spazio di iniziativa. Questo significa ascoltare idee inattese, accettare errori e conflitti, rinunciare a stabilire in anticipo ogni risultato.

Non è un processo semplice. Richiede tempo, fiducia e una disponibilità autentica a confrontarsi con chi ha esperienze e punti di vista diversi dai propri. Ma è proprio in questo margine di libertà che la partecipazione può diventare qualcosa di più di una presenza.

L’inclusione comincia prima dell’invito

C’è un altro aspetto del lavoro di Senatore che offre indicazioni concrete a chi si occupa di accesso alla cultura. Prima delle grandi azioni pubbliche della School of Narrative Dance ci sono talvolta uno o due anni di incontri, laboratori e relazioni costruite pazientemente. Per raggiungere persone che normalmente non frequenterebbero un’iniziativa artistica, l’artista utilizza giornali locali, radio, volantini, associazioni e contatti diretti.

A volte significa bussare alle porte e andare nei luoghi frequentati da persone che vivono situazioni di fragilità o marginalità. I social, racconta, sono spesso lo strumento meno efficace.

Il problema non è soltanto far arrivare un’informazione. È superare la convinzione che quell’opportunità non sia destinata a noi. Parlando delle persone con disabilità, Senatore osserva: «Magari la leggono anche l’open call, ma non ci vengono perché pensano, ancora una volta, che quello non abbia a che fare con loro».

Uno spazio può essere formalmente aperto a tutti e continuare a essere percepito come riservato a pochi. Eliminare il costo d’ingresso o organizzare un evento gratuito è importante, ma non basta se alcune persone non si sentono legittimate a partecipare, temono il giudizio o considerano quel linguaggio culturale estraneo alla propria esperienza.

L’inclusione richiede quindi un lavoro più profondo: capire chi manca, quali ostacoli lo tengono lontano e che cosa occorre cambiare perché possa sentirsi realmente parte del processo. Non significa chiedere a tutti di adattarsi a uno stesso modello, ma riconoscere che le persone partono da condizioni differenti.

Nei laboratori di Senatore questo principio si traduce anche nell’assenza di giudizio. Non si celebra chi è più bravo e non si umilia chi incontra difficoltà. «Qui creiamo uno spazio sano, uno spazio protetto», spiega l’artista. Un contesto in cui sia possibile sperimentare senza dover continuamente dimostrare il proprio valore.

È una condizione tutt’altro che secondaria. Se una persona teme di sbagliare, difficilmente proverà qualcosa di nuovo. E se la partecipazione richiede soltanto prestazioni già conosciute, rischia di riprodurre le stesse gerarchie che vorrebbe superare.

Dall’esperienza artistica al valore per la comunità

Il lavoro dei laboratori raggiunge spesso lo spazio pubblico attraverso grandi azioni collettive. C’è chi danza, chi canta, chi suona, chi recita poesie. Senatore preferisce definirle rituali collettivi, più che semplici performance: esperienze nelle quali persone differenti condividono un’azione senza che ogni gesto sia stato stabilito in anticipo.

La scelta delle strade non è casuale. Lo spazio pubblico porta con sé memorie, abitudini, rapporti di potere e confini invisibili che condizionano il modo in cui viene vissuto. Durante RIGENERA, Senatore racconta una grande processione realizzata a Monaco nel 2023, lungo strade e luoghi segnati anche dalla storia del nazismo. Per persone con disabilità, anziani e cittadini di origini differenti, attraversare collettivamente quegli spazi assumeva un significato particolare: affermare la propria presenza in luoghi che custodiscono anche memorie di esclusione e persecuzione.

“Uno spazio può essere aperto a tutti e continuare a essere percepito come riservato a pochi. L’inclusione comincia quando raggiungiamo anche chi non pensa di avere il diritto o la possibilità di partecipare”

L’arte, in questo caso, non cambia materialmente la strada: cambia temporaneamente ciò che le persone possono farvi e il significato che quel luogo assume per loro. È una forma di riappropriazione simbolica che rende visibili identità e presenze spesso ignorate.

Il suo valore sociale non si esaurisce però in questi momenti. La ricerca scientifica offre alcuni elementi per comprendere perché le esperienze artistiche condivise possano essere importanti. Nel 2019, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato un’ampia rassegna di oltre tremila studi sul rapporto tra arte, salute e benessere, riconoscendo il contributo della partecipazione culturale anche attraverso le sue dimensioni sociali e relazionali.

Non significa che l’arte sia una cura universale per la solitudine, né che ogni iniziativa produca benefici duraturi. Senatore stessa, pur parlando di arte come cura, chiarisce di non essere una terapeuta. Il suo lavoro resta una pratica artistica, capace di generare esperienze estetiche e creative che possono avere anche effetti sulle relazioni e sul benessere.

Per chi si occupa di cultura e innovazione sociale, la questione diventa allora più precisa: come capire se un progetto ha creato valore anche per la comunità, oltre ad aver realizzato un’esperienza riuscita? Durante l’incontro, Emilio Casalini chiede a Senatore che cosa rimanga nelle persone dopo i laboratori e le grandi azioni collettive. «In assoluto la voglia di continuare a fare cose insieme agli altri», risponde l’artista. Racconta di partecipanti che hanno fondato associazioni, organizzazioni non profit e comitati di quartiere per mantenere vive le relazioni nate durante i progetti.

Sono esperienze significative, anche se non costituiscono da sole una misurazione indipendente dell’impatto e non garantiscono che ogni iniziativa produca risultati analoghi. Indicano però una direzione interessante: un progetto culturale può generare risorse che continuano a esistere anche quando l’artista se ne va. Relazioni, competenze, fiducia e nuove possibilità di collaborazione.

Accanto al numero dei partecipanti, agli eventi realizzati e alla visibilità ottenuta, vale quindi la pena chiedersi che cosa sia rimasto alle persone. Quali legami si sono creati? Quali capacità hanno trovato espressione? Quali nuove iniziative sono diventate possibili? Sono domande che non riducono l’arte alla sua utilità sociale, ma aiutano a comprenderne meglio anche il potenziale comunitario.

Agency: quando partecipare significa poter scegliere

Senatore utilizza una parola inglese per descrivere questo passaggio: agency. Non ha una traduzione italiana immediata, ma indica la capacità di prendere iniziative, compiere scelte e incidere sul contesto in cui si vive. Nel suo racconto è legata anche alla responsabilità e alla dignità. «Queste persone prendono agency», spiega. «Prendono la responsabilità, ma anche la dignità di poter scegliere».

La differenza è sostanziale. Essere inclusi in un progetto non significa necessariamente poter contribuire a determinarne la direzione. Si può partecipare senza prendere decisioni, essere ascoltati senza che la propria opinione modifichi nulla, essere protagonisti di un evento senza avere alcun ruolo in ciò che accadrà dopo.

“Il valore sociale dell’arte non si esaurisce nell’esperienza condivisa: può emergere nelle relazioni, nelle competenze e nelle iniziative che continuano a vivere anche quando il progetto artistico è terminato”

L’agency introduce una possibilità diversa: non soltanto esserci, ma poter agire. Non soltanto ricevere opportunità, ma contribuire a crearle. Ed è qui che la pratica di Senatore incontra una questione centrale per chi lavora nella rigenerazione dei territori: il rapporto tra chi promuove un progetto e le persone a cui si rivolge.

L’artista richiama il filosofo Jacques Rancière e il suo Il maestro ignorante, che mette in discussione l’idea dell’apprendimento come semplice trasmissione di conoscenze da chi sa a chi non sa. Ne ricava una definizione sorprendente del proprio ruolo: «Quello di emancipare le persone da me». L’obiettivo è creare le condizioni perché gli altri possano diventare progressivamente autonomi.

«Il mio ruolo di leader sta nel fatto che io faccio fiorire gli altri, non li controllo, li faccio fiorire», afferma Senatore.

Non significa rinunciare alla responsabilità, ma esercitarla in modo diverso: costruire un contesto, condividere competenze, creare fiducia e accettare che le persone possano trovare strade differenti da quelle inizialmente immaginate. È un approccio che richiede di mettere in discussione anche l’idea tradizionale di successo di un progetto.

Casalini collega questa riflessione ad altre esperienze di rigenerazione, dal lavoro di Antonio Presti a Librino, a Catania, al percorso avviato da don Antonio Loffredo nel Rione Sanità di Napoli. Storie differenti, nelle quali il cambiamento acquista forza quando chi avvia un’iniziativa crea le condizioni perché le persone del territorio possano assumersene la responsabilità.

Un progetto generativo non dovrebbe limitarsi a produrre risultati. Dovrebbe aumentare la capacità delle persone di produrne altri. È forse la lezione più importante che il lavoro di Senatore offre a chi si occupa di cultura e innovazione sociale. Non tutte le esperienze devono trasformarsi in associazioni o continuare indefinitamente. Ma vale la pena interrogarsi su quanto spazio abbiano lasciato all’iniziativa delle persone e su quali possibilità nuove abbiano aperto.

Dall’arte alla rigenerazione: creare le condizioni per agire

Questa prospettiva incontra direttamente la visione di RIGENERA – il viaggio e il lavoro di Fondazione Cariverona. Come ha ricordato il direttore generale Filippo Manfredi aprendo l’incontro, rigenerare un territorio non significa soltanto restaurare edifici, riqualificare luoghi o mettere a disposizione risorse. Significa anche permettere alle persone di passare dal ruolo di spettatrici a quello di protagoniste della vita comunitaria.

Il lavoro di Senatore suggerisce alcune domande concrete a chi progetta: chi stiamo raggiungendo davvero? Chi resta escluso anche quando un’iniziativa è aperta a tutti? Quanto spazio lasciamo alle persone per decidere? Che cosa rimane loro quando il progetto finisce?

“L’agency nasce quando le persone possono scegliere, assumersi responsabilità e contribuire a trasformare la realtà che le circonda”

Sono interrogativi che aiutano a guardare la cultura non soltanto come un insieme di attività da offrire, ma come un possibile spazio di sperimentazione e trasformazione collettiva. Una prospettiva che attraversa anche La forma dello spazio, il progetto promosso da Fondazione Cariverona e UniCredit, inaugurato il 10 ottobre a Verona: l’installazione luminosa di Senatore trasforma il cortile di Palazzo Pellegrini in una piazza aperta alla città, invitando a riflettere su come i luoghi prendano forma anche attraverso le persone che li abitano.

Alla fine dell’incontro di RIGENERA, Senatore ha invitato il pubblico proprio nel cortile della Fondazione per una breve esperienza collettiva di movimento. Non serviva saper danzare, né dimostrare alcuna competenza. L’unica richiesta era fidarsi, mettersi in gioco e lasciare da parte il timore del giudizio.

Per qualche minuto, persone che fino a poco prima erano sedute ad ascoltare sono diventate parte dell’esperienza. Un gesto semplice, che naturalmente non basta a costruire una comunità, ma rende tangibile la logica del lavoro di Senatore: non chiedere alle persone soltanto di assistere, ma offrire loro uno spazio in cui possano contribuire.

Un momento dell'evento RIGENERA di settembre

Forse è proprio qui che il paradosso della solitudine trova una possibile risposta. Il contrario della solitudine non è necessariamente avere più persone intorno. È poter costruire relazioni nelle quali ciò che siamo e ciò che possiamo offrire abbia significato per qualcuno.

Perché non basta essere presenti in una comunità. Abbiamo bisogno di sentire che, senza di noi, quella comunità sarebbe almeno un po’ diversa. E l’arte può aiutarci a ricordarlo.

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