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RIGENERA - Le storie

“Tutto quello che manca si può fare”: la lezione del Rione Sanità per tornare a immaginare futuro

8 maggio 2026  |  Tempo di lettura: 7 minuti

Nel secondo appuntamento di RIGENERA – il viaggio, Vincenzo Porzio racconta come un gruppo di giovani abbia trasformato un quartiere fragile in un laboratorio di lavoro, comunità e rigenerazione. Una storia che non parla solo di Napoli, ma del modo in cui ogni territorio può smettere di sentirsi condannato

Ci sono luoghi che, a forza di essere raccontati sempre nello stesso modo, finiscono per assomigliare alla loro reputazione. Quartieri difficili. Paesi senza opportunità. Valli che si svuotano. Periferie da cui è meglio andarsene. Territori che fanno fatica a immaginare futuro.

Il Rione Sanità, a Napoli, per anni è stato uno di questi luoghi: un quartiere pieno di ferite, certo, ma anche di energia compressa, bellezza nascosta, patrimonio dimenticato, vite in attesa di possibilità. Uno di quei posti che il racconto pubblico aveva quasi condannato in anticipo. Se nasci lì, appena puoi, te ne vai.

Poi, però, è successo qualcosa che vale la pena guardare da vicino. Un gruppo di giovani ha scelto di restare. Non per rassegnazione. Non perché mancassero alternative. Ma perché, insieme a don Antonio Loffredo, ha iniziato a immaginare che proprio lì, dove sembrava mancare tutto, potesse nascere qualcosa.

“Un territorio ricomincia a cambiare quando smette di guardarsi solo attraverso ciò che gli manca e torna a riconoscere ciò che può diventare”

Da quella scelta sono nate la riapertura delle Catacombe di Napoli, una cooperativa sociale, nuovi posti di lavoro, percorsi culturali, attività diffuse nel quartiere, migliaia di visitatori internazionali arrivati dove prima molti cittadini esitavano perfino a entrare. Un luogo raccontato per anni attraverso la paura ha cominciato a essere attraversato per la sua bellezza.

Nel secondo appuntamento di RIGENERA – il viaggio, dedicato al tema “Giovani – Il coraggio di restare”, Vincenzo Porzio, tra i soci fondatori della Cooperativa La Paranza, ha raccontato in dialogo con Emilio Casalini una storia che non è soltanto una bella esperienza di riscatto. È una lezione più ampia su che cosa permette a un territorio di ricominciare a pensarsi possibile.

Perché la domanda, in fondo, non riguarda solo Napoli: che cosa ci insegna il Rione Sanità sul modo in cui i territori possono tornare a immaginarsi un futuro?

Prima dei progetti, lo sguardo

Ogni storia di rigenerazione comincia prima del progetto: comincia da uno spostamento di sguardo.

Nel caso del Rione Sanità, questo passaggio nasce dai viaggi che don Antonio organizza con i ragazzi del quartiere. Andare fuori, vedere altre città, attraversare luoghi in cui il patrimonio è vissuto, curato, raccontato, trasformato in esperienza e opportunità, produce una domanda semplice, quasi ingenua, ma potentissima: perché lì sì e qui no?

Perché altrove certi spazi funzionano, i beni culturali diventano luoghi aperti, i giovani trovano ruoli e responsabilità, mentre a casa propria tutto sembra fermo? Perché quello che in un’altra città appare normale – un museo visitato, una chiesa riaperta, una strada attraversata, una bellezza riconosciuta – nel proprio quartiere sembra impossibile?

Catacombe di San Gennaro

È una domanda che rompe il fatalismo. Quella specie di incantesimo per cui i problemi del proprio territorio sembrano naturali, inevitabili, inscritti nel paesaggio come i sanpietrini o i lampioni. La disoccupazione. L’abbandono. La reputazione. La paura. L’idea che “qui tanto non cambia niente”.

La visione, a volte, nasce proprio da un piccolo corto circuito mentale: se da un’altra parte succede, forse non è impossibile nemmeno qui.

Prima ancora dei progetti, servono persone che si autorizzino a immaginare qualcosa di diverso. E che poi abbiano il coraggio di crederci davvero.

“Tutto quello che manca si può fare”, ama ripetere don Antonio Loffredo

“Tutto quello che manca si può fare”. È una frase semplice, ma non consolatoria. Non dice che sia facile. Non dice che basta volerlo. Dice qualcosa di più impegnativo: ciò che manca non deve per forza restare mancanza. Può diventare progetto, alleanza, responsabilità, spazio di azione. E forse è proprio qui che un territorio comincia a rigenerarsi: quando qualcuno smette di descriverlo solo per sottrazione.

Il metodo: ascoltare prima di agire

Nel racconto di Porzio, c’è un dettaglio che vale più di molti manuali di progettazione: quando don Antonio prende in mano le chiese della Sanità, per sei anni non fa altro che ascoltare. Guarda, incontra, capisce, sta. Accorcia le distanze. Non arriva con una soluzione in tasca. Non cala un modello dall’alto. Non apre il cassetto del “progettificio” per scegliere il format giusto da applicare al quartiere.

Enzo Porzio, socio fondatore coop. sociale La Paranza

Sembra poco dinamico? In realtà è il contrario. Perché ascoltare davvero è una delle cose più potenti e operative che esistano. Ti evita di fare cose giuste in astratto ma sbagliate nel posto in cui sei. Ti costringe a prendere sul serio non solo i bisogni, ma anche le vocazioni naturali di persone e luoghi. Chi può fare cosa? Che energia c’è già, magari nascosta? Che cosa chiede davvero quel territorio? Dove sono i talenti? Dove sono i blocchi?

In tempi che premiano chi parte subito, l’idea che il cambiamento serio abbia bisogno prima di una lunga fase di ascolto suona quasi sovversiva. Ma è proprio da lì che passa la differenza tra un progetto che impressiona nelle slide e uno che regge nella vita vera.

“Il cambiamento serio non nasce da un modello calato dall’alto, ma da un ascolto capace di riconoscere bisogni, talenti e vocazioni di un luogo”

Questo vale per un quartiere di Napoli, ma vale anche per un paese di montagna, una valle, una periferia urbana, un centro storico che perde funzioni, una comunità che fatica a trattenere i giovani. Ogni territorio ha una sua grammatica. Ascoltarla non è perdere tempo. È imparare la lingua in cui il cambiamento può essere pronunciato.

Il punto non è solo perché, ma per chi

Uno dei passaggi più forti della serata arriva quando Porzio ribalta una delle formule più note del linguaggio motivazionale: non è tanto importante il perché, ma il per chi si fanno le cose. Nel caso della Sanità, questa bussola cambia tutto.

Le Catacombe, le chiese riaperte, i percorsi culturali, i nuovi spazi del quartiere non nascono per “valorizzare il patrimonio” in astratto. Nascono per creare lavoro, dignità, occasioni, crescita per i giovani del quartiere. La bellezza, insomma, non è il fine. È lo strumento.

Enzo Porzio, socio fondatore coop. sociale La Paranza

Il patrimonio non è un monumento da lucidare. È una leva per rimettere in movimento delle vite. Le Catacombe di Napoli diventano attrattori culturali, certo, ma soprattutto diventano un modo per generare opportunità concrete dove prima sembrava impossibile farlo.

Quando il “per chi” è chiaro, anche le scelte diventano più nitide. Si capisce meglio cosa conta davvero, cosa è accessorio, dove investire, come misurare il successo. E si capisce anche che mettere le persone al centro non è uno slogan gentile: è un criterio molto concreto per decidere.

“Non è tanto importante il perché, ma il per chi si fanno le cose”

Questa è forse una delle lezioni più utili anche per altri territori. Quante volte si parla di valorizzazione senza chiedersi fino in fondo a vantaggio di chi? Quante volte il patrimonio viene trattato come qualcosa da proteggere o promuovere, ma non come una leva capace di creare lavoro, appartenenza, fiducia, nuove competenze?

Quando le persone non sono solo destinatarie del cambiamento, ma ne diventano protagoniste, generano un effetto domino di speranza. E i risultati, spesso, superano le aspettative.

La comunità non si dichiara, si costruisce

C’è un’altra parola che torna spesso quando si parla di rigenerazione: comunità. È una parola bella, ma fragile. Perché rischia di diventare automatica, quasi decorativa. La inseriamo nei progetti, nei comunicati, nei bandi, nei racconti istituzionali. Ma la comunità non compare per magia appena scriviamo “partecipazione” in un formulario. Non si accende con un post ben fatto. Non nasce da un paio di incontri pubblici andati discretamente.

La Chiesa Blu dei Cristallini

La comunità si costruisce. E costruirla richiede sacrificio, tempo, fatica, presenza, perfino una certa ostinazione. Nel caso della Sanità, il punto è decisivo: i protagonisti del cambiamento non sono arrivati da fuori per salvare qualcuno. Erano persone del quartiere, cresciute lì, con relazioni vere, credibilità da conquistare ogni giorno e un investimento personale fortissimo su quel luogo. Questo ha dato le fondamenta a tutto il resto.

Perché sì, i processi comunitari sono più lenti. Più disordinati. Più faticosi. Ma hanno un pregio non banale: mettono radici per durare più a lungo. Quando uno spazio torna a vivere non solo perché ci si è investito sopra, ma perché una comunità lo riconosce, lo attraversa, lo usa, lo trasforma, allora succede qualcosa di importante: lo spazio smette di essere solo uno spazio, e torna a essere un luogo.

“La comunità non è una parola da inserire nei progetti: è una relazione da costruire nel tempo, con presenza, fiducia e responsabilità condivisa”

La Chiesa Blu, raccontata da Porzio durante l’incontro, è un esempio molto concreto di questo passaggio. Una chiesa chiusa, una strada laterale, un luogo che avrebbe potuto restare invisibile. Poi un laboratorio partecipato, le immagini e i volti degli abitanti, l’arte contemporanea, la riapertura, i visitatori, le nuove attività che cominciano a nascere attorno. Il punto non è solo aver recuperato uno spazio. Il punto è averlo rimesso dentro una trama di vita.

E quando questo accade, la rigenerazione smette di essere un intervento puntuale. Diventa contagio. Una strada cambia perché cambia il modo in cui viene attraversata. Un abitante cambia il modo in cui dice da dove viene. Un giovane vede aprirsi una possibilità. Un visitatore non consuma soltanto un’esperienza, ma entra in una relazione. È lì che un territorio ricomincia a produrre senso.

Dare le chiavi

Forse l’immagine più forte di tutta la storia è anche la più concreta: dare le chiavi. A un certo punto, qualcuno si fida davvero. Non a parole. Non con un applauso. Non con un “bravi ragazzi, continuate così”. Si fida al punto da affidare responsabilità vere.

Nel racconto della Sanità, don Antonio consegna ai giovani le chiavi dei luoghi che gli sono stati affidati. È un gesto materiale, ma anche culturale. Significa riconoscere che quei ragazzi non sono solo destinatari di un intervento educativo o sociale. Sono soggetti capaci di custodire, progettare, rischiare, sbagliare, imparare, guidare.

Da lì nasce un processo generativo. Chi riceve fiducia impara a redistribuirla. Chi viene messo nelle condizioni di crescere può, a sua volta, fare spazio ad altri. Non a caso, l’esperienza della Paranza ha prodotto nel tempo nuove cooperative, nuovi percorsi, nuove responsabilità affidate ad altri giovani.

Non è un dettaglio organizzativo. È una cultura. Una leadership capace di fare un passo di lato forse è una delle infrastrutture meno visibili ma più decisive di qualsiasi processo di rigenerazione. Vale per il Rione Sanità, certo. Ma vale molto più in generale. Senza fiducia, i giovani vengono al massimo consultati. Con fiducia, diventano protagonisti.

“Dare spazio ai giovani non significa soltanto ascoltarli: significa consegnare responsabilità vere, accettando che il cambiamento passi anche dalle loro mani”

La leadership, in questo senso, non è solo la capacità di avere una visione. È anche la capacità di non occuparla tutta. Di aprire spazi invece di presidiare ogni decisione. Di generare condizioni perché altri possano avanzare. Molti processi di rigenerazione si bloccano proprio qui: nella difficoltà di consegnare davvero le chiavi.

Si chiede partecipazione, ma si trattiene il controllo. Si invoca il protagonismo giovanile, ma si concede solo uno spazio laterale. Si parla di futuro, ma lo si progetta con strumenti, linguaggi e gerarchie del passato. La Sanità mostra un’altra possibilità: il futuro comincia quando qualcuno accetta di non esserne l’unico autore.

Restare non significa fermarsi

Il titolo della tappa di RIGENERA era “Giovani – Il coraggio di restare”. Ma la parola restare, qui, va maneggiata con attenzione. Restare non significa immobilità. Non significa difendere ciò che esiste così com’è. Non significa chiudersi nel locale o trasformare l’appartenenza in nostalgia.

Al contrario, nella storia del Rione Sanità restare è un verbo dinamico. Significa scegliere un luogo e metterlo in movimento. Significa non accettare che l’unica forma di emancipazione sia la partenza. Significa trasformare l’appartenenza in responsabilità e la responsabilità in impresa, cultura, lavoro, comunità. È una scelta controcorrente, soprattutto in un tempo in cui molti giovani vivono il rapporto con i propri territori come un dilemma: partire per avere possibilità o restare rischiando di rinunciarvi.

La storia di Porzio e della Cooperativa La Paranza non nega questo dilemma. Non lo addolcisce. Non dice che basta restare perché qualcosa accada. Dice però che un territorio diventa più credibile quando offre ai giovani non solo motivi per non partire, ma condizioni per poter costruire.

Lavoro. Fiducia. Spazi. Responsabilità. Relazioni. Bellezza. Possibilità di incidere. Senza tutto questo, “restare” rischia di diventare una parola moralistica. Con tutto questo, può diventare una delle forme più radicali di innovazione territoriale.

Non copiare, imparare

Naturalmente, non si tratta di copiare il Rione Sanità. I territori non sono fotocopiabili, e per fortuna. Ogni luogo ha la sua storia, le sue ferite, le sue risorse, i suoi blocchi, le sue vocazioni. Replicare un modello non significa esportare una formula. Significa riconoscere le condizioni che lo hanno reso possibile e chiedersi come possano essere tradotte altrove.

Nel caso della Sanità, alcune appaiono con chiarezza. Una visione capace di rompere il fatalismo. Un ascolto lungo e serio. Una bussola orientata al “per chi”. Una comunità costruita nel tempo. Una fiducia vera data ai giovani. Una leadership capace di fare spazio. Un patrimonio trattato non come vetrina, ma come leva di vita.

“Rigenerare significa riconoscere possibilità dove altri vedono soltanto mancanze, e creare le condizioni perché quelle possibilità diventino responsabilità condivisa”

Forse è questo il messaggio più prezioso lasciato dalla serata: i territori non iniziano a cambiare solo quando arrivano nuove risorse, nuovi bandi, nuove infrastrutture o nuove idee. Iniziano a cambiare quando qualcuno sposta lo sguardo. Quando smette di considerarli luoghi già scritti, già spiegati, già condannati. Quando comincia a trattarli come spazi ancora capaci di futuro.

Alla fine, la storia del Rione Sanità non ci chiede di essere ottimisti. Ci chiede qualcosa di più concreto e più difficile: essere disponibili a vedere ciò che ancora può nascere. In un bene chiuso. In una strada laterale. In un gruppo di ragazzi senza garanzie. In un quartiere ferito. In una comunità che ha smesso di credersi capace. In un territorio che, per troppo tempo, si è sentito raccontare che il futuro era altrove.

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