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RIGENERA - Le storie

Quando un territorio si fa impresa

22 luglio 2026  |  Tempo di lettura: 7 minuti

Le cooperative di comunità trasformano bisogni, risorse e legami locali in servizi e lavoro. Una possibilità concreta per i territori fragili, la cui forza non dipende soltanto dalla partecipazione, ma dalla capacità di distribuire responsabilità e durare nel tempo

Quando chiude l’ultimo negozio di un paese, il problema non è soltanto dove comprare il pane. Scompare un luogo in cui le persone si incontrano, si riconoscono, si scambiano informazioni. Un presidio quotidiano. Qualcuno che può accorgersi che un anziano non esce di casa da qualche giorno. Un servizio raggiungibile senza prendere l’auto. Una luce accesa la sera.

In territori già segnati dalla distanza dai servizi, dalla partenza dei giovani e dall’invecchiamento della popolazione, ogni serranda abbassata restringe un po’ di più lo spazio delle possibilità. Lo stesso può accadere quando chiudono un bar, una scuola, una biblioteca, una mensa o un forno. Ogni perdita si aggiunge alle precedenti, finché partire appare ragionevole e restare una scelta sempre più difficile da sostenere.

A volte, però, quella chiusura provoca una reazione inattesa. Gli abitanti si mettono insieme. Raccolgono risorse, competenze e disponibilità. Riaprono il negozio, il bar o uno spazio abbandonato. Poi, attorno a quel primo servizio, cominciano a nascerne altri.

“Una cooperativa di comunità nasce quando gli abitanti non chiedono soltanto che un servizio venga salvato, ma provano a costruire insieme il soggetto capace di farlo esistere”

È qui che la storia diventa più interessante. Perché non stiamo più osservando soltanto un gruppo di cittadini che difende ciò che resta. Stiamo guardando una comunità che prova a costruire un’organizzazione economica capace di rispondere ai propri bisogni, creare lavoro e decidere come utilizzare alcune risorse del territorio.

È il terreno su cui nascono le cooperative di comunità. Non una formula magica contro lo spopolamento. Non un modo elegante per affidare ai volontari ciò che il mercato o le istituzioni pubbliche non riescono più a garantire. Piuttosto, un esperimento concreto: capire se legami, conoscenze locali e responsabilità condivise possano diventare un’impresa capace di durare.

Dalla partecipazione alla capacità di impresa

Le cooperative di comunità possono assumere configurazioni diverse: cooperative di produzione e lavoro, cooperative sociali, di utenza o altre forme organizzative. A tenerle insieme non è un modello identico, ma l’obiettivo di produrre benefici durevoli per una comunità territoriale attraverso un’impresa partecipata da persone e organizzazioni legate a quel luogo.

Negli ultimi anni la parola comunità è entrata stabilmente nel linguaggio dei progetti territoriali. Si ascolta la comunità, la si coinvolge, si costruiscono processi partecipativi, si raccolgono bisogni e proposte. È un passaggio necessario, ma la cooperativa di comunità introduce qualcosa di ulteriore.

Gli abitanti non vengono soltanto consultati. Possono diventare soci, lavorare nell’impresa, utilizzare i servizi che produce, investire risorse ed eleggere chi la amministra. Diventano corresponsabili delle sue scelte, anche attraverso la proprietà condivisa dell’organizzazione.

La partecipazione, almeno in potenza, smette così di essere soltanto espressione di un’opinione e diventa responsabilità organizzata. È la differenza tra chiedere che uno spazio venga riaperto e costruire il soggetto capace di gestirlo. Tra indicare un bisogno e assumersi una parte del rischio necessario per affrontarlo. Tra essere destinatari di una soluzione e contribuire alla sua realizzazione.

Questo non significa che una cooperativa rappresenti automaticamente tutto il paese o il quartiere in cui opera. Né che la forma cooperativa elimini divergenze, disuguaglianze o interessi contrastanti. Significa però che esiste uno strumento con cui una parte della comunità può trasformare competenze, relazioni e disponibilità diffuse in una struttura economica riconoscibile.

“La vera innovazione non sta nel dichiarare che la comunità è importante, ma nel darle strumenti per decidere, lavorare e investire”

Il fenomeno non riguarda più soltanto pochi casi pionieristici. La mappatura pubblicata nel 2025 da AICCON e Legacoop ha individuato 321 cooperative di comunità, tra realtà già registrate e iniziative in corso di costituzione, attive in più di 70 province italiane. Tre su quattro operano fuori dalle città e circa il 30% in aree montane. Un panorama ancora eterogeneo, ma sufficientemente ampio da non poter essere considerato soltanto una collezione di esperimenti romantici.

Mettere insieme ciò che da solo non reggerebbe

La cooperativa di comunità viene spesso raccontata come l’impresa che salva l’ultimo negozio o riapre il bar del paese. È un’immagine vera, ma incompleta. Nei territori scarsamente popolati, molte attività non hanno una domanda sufficiente per sostenersi singolarmente. Un alimentari può non raggiungere i ricavi necessari. Lo stesso può valere per un piccolo servizio di trasporto, uno spazio culturale, l’accoglienza turistica o la manutenzione di un sentiero.

La cooperativa prova allora a ricomporre funzioni che normalmente vengono considerate separate. Il negozio diventa anche punto informativo e luogo di socialità. Il bar ospita eventi e distribuisce prodotti locali. Chi gestisce l’accoglienza può occuparsi anche della promozione del territorio. Una biblioteca si estende lungo i sentieri. La consegna della spesa diventa, allo stesso tempo, servizio di prossimità e presidio contro l’isolamento.

Non tutte queste attività producono gli stessi margini. Alcune generano ricavi; altre rispondono soprattutto a bisogni collettivi; altre ancora rafforzano le relazioni che rendono possibile tutto il resto. Il modello funziona quando riesce a tenere insieme questa pluralità senza perdere sostenibilità. Il valore della cooperativa, allora, non coincide con quello di ciascun servizio preso singolarmente. Sta anche nei collegamenti: nella possibilità che attività troppo piccole per reggersi da sole entrino in un sistema capace di produrre lavoro, accesso, socialità, cura e attrattività.

“Una cooperativa di comunità non si limita a salvare un servizio: prova a costruire l’infrastruttura sociale ed economica che può farne nascere altri”

È una logica vicina all’economia rigenerativa emersa nel percorso di RIGENERA – il viaggio: non limitarsi a contenere una perdita, ma ricostruire capacità; non intervenire su un solo problema, ma generare benefici diversi che possano rafforzarsi a vicenda.

In Comelico, una lampada alimentata da molti

Un tempo, durante le lunghe sere invernali, le famiglie del Comelico (Belluno) si incontravano nelle stalle per parlare, raccontare storie e stare insieme al caldo. Non tutti avevano una stalla e più nuclei si riunivano nello stesso spazio, nei tradizionali filò. A ciascuno non era chiesto molto: soltanto un po’ di olio di noci per alimentare l’unica lampada che illuminava il locale.

Quella lampada si chiamava iustithia. Oggi quel termine dà il nome a un progetto della Cooperativa sociale di comunità Alberi di Mango. L’immagine scelta è semplice: nessuno deve produrre da solo tutta la luce; ciascuno porta ciò che può perché lo spazio comune resti acceso.

Alberi di Mango nasce nel 2019 a Costa, una frazione di San Nicolò di Comelico composta allora da 72 abitanti, dalla decisione della popolazione di riaprire l’unica attività economica del borgo, chiusa perché non più sostenibile. Dopo un anno di incontri apre il Dolomiti di Costa: insieme ristorante, bar, negozio di alimentari e punto di ritrovo.

Da quel primo presidio la cooperativa ha progressivamente esteso le proprie attività. A Danta gestisce Ntindalduto, negozio polifunzionale di prossimità, e la biblioteca Algo da Liede, costruita con libri donati dalla comunità. Dal 2022 si occupa inoltre della mensa scolastica di Presenaio e di un servizio gratuito di consegna a domicilio che raggiunge i paesi della valle.

Il progetto Iustithia – Facciamo comunità, sostenuto con 116 mila euro dal bando STeP di Fondazione Cariverona, prova ad ampliare questa esperienza in tre piccoli centri del Comelico. A Costa è previsto il potenziamento del Dolomiti. A Danta la biblioteca dovrebbe diventare diffusa, attraverso piccole casette per il bookcrossing lungo i sentieri. A Valle di San Pietro la Casa della Regola dovrebbe accogliere un punto di ritrovo, un negozio di vicinato e un laboratorio per piccole produzioni locali.

Non sono semplicemente tre spazi da riqualificare. Sono funzioni diverse che cercano di entrare in una stessa infrastruttura comunitaria: commercio, cultura, socialità, produzione e servizi. Anche la scuola di comunità prevista dal progetto va in questa direzione. Non una scuola nel senso tradizionale, ma un laboratorio in cui far emergere bisogni, progettare possibili soluzioni e verificare quanto realizzato. L’idea è che gli abitanti non compaiano soltanto come utenti finali, ma partecipino alla costruzione e alla gestione delle attività.

“Il punto non è soltanto riaprire un bar, una biblioteca o un negozio: è fare di quei luoghi lo spazio in cui una comunità impara a riconoscere i propri bisogni e a costruire nuove risposte”

Il caso del Comelico non dimostra che il modello funzioni ovunque, né che basti aprire alcuni spazi per invertire fenomeni complessi come lo spopolamento o la denatalità. Mostra però qualcosa di concreto: un primo servizio può diventare il punto da cui una comunità impara a riconoscere altri bisogni e a organizzare nuove risposte.

Quando il riconoscimento diventa istituzione

Il tema è particolarmente attuale anche in Veneto. Con la legge regionale n. 21 del 12 agosto 2025, la Regione ha riconosciuto per la prima volta le cooperative di comunità, definendone requisiti e ambiti di intervento. La legge non riguarda soltanto aree montane e piccoli paesi a rischio di spopolamento. Comprende anche aree interne, territori segnati da disagio socioeconomico e periferie urbane o periurbane caratterizzate dalla rarefazione dei servizi e dalla presenza di marginalità sociali.

La norma richiede che la maggioranza della base sociale sia composta da persone o organizzazioni che risiedono, hanno sede o operano stabilmente nel territorio di riferimento. Chiede inoltre agli amministratori di rendicontare i benefici prodotti per la comunità, gli obiettivi programmati e i risultati raggiunti.

Il mese scorso la Regione ha poi approvato requisiti e modalità di iscrizione al nuovo Albo regionale. L’iscrizione è necessaria per accedere agli strumenti previsti dalla legge e per alcune forme di affidamento, convenzionamento e collaborazione con gli enti pubblici.

È un passaggio importante: riconosce che queste cooperative non sono soltanto iniziative spontanee, ma possono diventare soggetti dello sviluppo locale e interlocutori delle amministrazioni.

Una legge, però, può riconoscere una cooperativa di comunità. Non può creare la comunità che dovrebbe alimentarla. Può stabilire requisiti, opportunità e strumenti di raccordo con le istituzioni. Non può garantire che le persone partecipino davvero, che le responsabilità siano distribuite, che i conti reggano o che tutto non ricada sulle stesse poche figure. Il riconoscimento formale è un punto di partenza. La prova più difficile resta quella quotidiana.

Le tre prove che fanno la differenza

La parola comunità porta con sé una promessa potente. Proprio per questo non dovrebbe diventare una scorciatoia.

Il lavoro

Molte cooperative tengono insieme soci lavoratori retribuiti e persone che offrono gratuitamente tempo e competenze. Il volontariato può essere una risorsa straordinaria: permette alle persone di contribuire secondo disponibilità e capacità, rafforza l’appartenenza e rende possibili attività che altrimenti non nascerebbero.

Ma non può nascondere lavoro professionale non riconosciuto. La domanda non è se il volontariato sia giusto o sbagliato. È dove finisca la partecipazione libera e dove inizi un’attività necessaria, continuativa e da retribuire.

“La comunità non sostituisce il modello economico: gli dà una direzione. Senza un’organizzazione capace di reggere, anche la partecipazione più generosa rischia di consumarsi”

Il potere

Non basta che una cooperativa abbia molti soci o che organizzi incontri pubblici. Bisogna capire chi dispone davvero delle informazioni, chi partecipa alle decisioni e quali possibilità abbiano di incidere anche gli abitanti che non sono soci. Ogni comunità ha centri e margini, persone più inserite nelle reti locali e altre meno ascoltate. Giovani, nuovi residenti, persone fragili o abitanti con meno tempo e risorse non entrano automaticamente nei processi decisionali.

Una cooperativa autenticamente comunitaria non è quella in cui tutti sono d’accordo. È quella che costruisce modalità trasparenti per far emergere differenze e conflitti senza lasciare sempre il potere nelle stesse mani.

La durata

Un finanziamento può permettere di recuperare uno spazio, acquistare attrezzature e avviare un servizio. La sfida comincia spesso dopo: pagare gli stipendi, sostenere le utenze, mantenere gli edifici, affrontare gli imprevisti e rinnovare le attività.

Per questo non basta contare gli spazi riaperti o le persone potenzialmente raggiunte. Bisogna osservare quali ricavi vengono prodotti, quanto l’organizzazione dipenda dai bandi, quali attività sostengano le altre e quanta capacità resti nel territorio quando il progetto finanziato si conclude.

Queste domande non servono a sminuire il valore delle cooperative. Servono a prenderle sul serio come imprese e non soltanto come belle storie.

Un filo che attraversa RIGENERA

Le cooperative di comunità non sono state finora il tema esplicito di RIGENERA – il viaggio. Eppure rendono visibile un filo che attraversa le sue prime tappe. Tengono insieme i co-benefici dell’economia rigenerativa, il lavoro che può consentire ai giovani di restare e una partecipazione che non si limita a raccogliere opinioni, ma assegna responsabilità.

La storia della Cooperativa La Paranza ha mostrato che cultura e patrimonio possono diventare strumenti per creare occupazione e possibilità, purché resti chiaro il “per chi” delle iniziative. E ha ricordato che coinvolgere i giovani non significa soltanto ascoltarli, ma affidare loro responsabilità vere. Il dialogo con Daniela Ciaffi ha spostato la partecipazione dalla domanda “che cosa ne pensi?” a una più impegnativa: “che cosa possiamo fare insieme?”.

“Le cooperative di comunità trasformano una domanda che attraversa RIGENERA in una sfida imprenditoriale: come tradurre partecipazione, risorse e legami in responsabilità, lavoro e futuro condiviso”

La cooperativa di comunità porta queste dimensioni dentro un’impresa, dove relazioni, bisogni e risorse devono confrontarsi anche con decisioni, lavoro, costi e ricavi. Non è l’unica forma possibile e non è adatta a ogni luogo o a ogni problema. Ma è un laboratorio particolarmente interessante per osservare che cosa accade quando un territorio non viene trattato soltanto come destinatario di risorse, bensì come soggetto capace di produrre risposte.

Tenere accesa la luce

Le cooperative di comunità non possono riaprire da sole tutte le scuole, sostituire il trasporto pubblico, garantire l’accesso alla sanità o invertire decenni di spopolamento. Presentarle come una cura miracolosa significherebbe caricarle di una responsabilità impossibile.

Possono però impedire che ogni chiusura venga considerata inevitabile. Possono mantenere un servizio, creare un lavoro, restituire una funzione a un edificio, organizzare competenze disperse. E, soprattutto, possono costruire un soggetto collettivo capace di affrontare il problema successivo.

Un tempo, durante i filò del Comelico, ogni famiglia portava un po’ di olio perché la iustithia continuasse a illuminare la stalla. Nessuno alimentava da solo tutta la lampada. Ma senza il contributo di ciascuno, la luce si sarebbe spenta. La promessa delle cooperative di comunità assomiglia a quella immagine.

Non sostituire le istituzioni o il mercato. Non chiedere agli abitanti di risolvere da soli problemi più grandi di loro. Creare, piuttosto, una forma con cui risorse, competenze e responsabilità differenti possano concorrere a uno stesso futuro.

La domanda, allora, non è soltanto che cosa manchi a un territorio. È quale parte di ciò che manca una comunità sia disposta – e concretamente messa nelle condizioni – di costruire insieme.

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