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STORIE DI FUTURO QUI!

Lavoro: serve una nuova impresa per trattenere i giovani

25 novembre 2025  |  Tempo di lettura: 9 minuti

Con Giulio Buciuni, professore di Entrepreneurship & Innovation al Trinity College Dublin, rileggiamo la fuga di talenti: stipendi fermi, modello imprenditoriale in affanno e l’urgenza di una nuova cultura capace di creare lavoro ad alto valore aggiunto

Un momento della presentazione del report Futuro Qui!

Salari poco competitivi, carriere che si fermano presto, contratti che non permettono di immaginare il futuro. Il report Futuro Qui! lo racconta chiaramente: per molti under 35 del Nord Est, il lavoro non è più una base su cui costruire una vita, ma spesso il motivo per cui fare le valigie. Non è solo una questione di “posti”, ma di qualità delle opportunità, di possibilità di crescita, di riconoscimento delle competenze.

Per capire come siamo arrivati fin qui – e soprattutto come se ne esce – abbiamo incontrato Giulio Buciuni, professore associato in Entrepreneurship & Innovation al Trinity College Dublin e studioso dei sistemi imprenditoriali nelle cosiddette “periferie competitive”, dal titolo di un suo libro. Lo sguardo è netto: il modello che ha fatto grande il Nord Est ha esaurito la sua spinta, le imprese fanno fatica a trattenere talenti qualificati, e il territorio attrae quasi solo manodopera poco pagata.

Cosa serve per tornare ad essere un luogo dove i giovani decidono di rimanere? Per Buciuni la chiave è una rivoluzione imprenditoriale capace di agganciarsi ai settori industriali esistenti, aprendo spazio a lavoro ad alto valore aggiunto. Una sfida che chiama in causa imprese leader, università STEM, finanza e una regia condivisa coraggiosa. E, soprattutto, una nuova cultura del lavoro e dell’impresa in grado di parlare alle generazioni che oggi il futuro lo stanno andando a cercare altrove.

“Il modello di imprenditorialità diffusa che ha costruito la ricchezza del Nord Est ha esaurito la propria spinta: oggi servono nuove imprese capaci di trasformare la base industriale in progetti ad alto contenuto di conoscenza”

Il report Futuro Qui! ci consegna un quadro a tratti sconfortante. Salari poco competitivi, scarse possibilità di crescita e – di conseguenza – fuga dei nostri giovani all’estero: come siamo arrivati a questo punto?

Penso ci siano due grandi problemi che pesano sul nostro territorio. Il primo riguarda la redditività delle imprese: i livelli salariali fermi da vent’anni sono direttamente collegati alla scarsa capacità delle aziende di generare ricchezza. Il secondo è un tema di immaginario, di cultura. Quelle caratteristiche di “classe creativa” – apertura, eterogeneità culturale, diversità sociale – di cui parlava l’urbanista Richard Florida vent’anni fa e che attirano le nuove generazioni, sono sostanzialmente assenti nel tessuto del Nord Est. Anche perché manca una grande città, che di solito è un serbatoio prezioso di differenze culturali, sociali, professionali.

Siamo di fronte al rischio delle “Apocalypse Town”, città in declino profondo e svuotate di attività economiche e abitanti, come le ha descritte l’urbanista Alessandro Coppola?

No, non direi. O almeno, non ancora. Siamo però di fronte a un modello di sviluppo nordestino che oggi non è più attrattivo per una nuova generazione di lavoratori e professionisti. E la cosa più grave, a mio avviso, è che non c’è piena consapevolezza di questo fenomeno: non lo si nomina davvero, non lo si guarda in faccia.

Perché facciamo così fatica a parlarne?

Perché vorrebbe dire riconoscere che l’attuale classe dirigente, almeno in parte, ha fallito. Dire che il territorio non è più attrattivo significa concedere il fianco alle critiche e ammettere di aver sbagliato qualcosa. Questo si scontra con la retorica dominante, un po’ texana, del “Veneto macho”, che non è mai in errore. È un atteggiamento che rende molto difficile esercitare una sana autocritica, di cui invece avremmo un bisogno assoluto.

Attenti ai giovani!, un percorso di ascolto delle nuove generazioni

Eppure, i nostri territori, in alcuni casi, continuano a crescere sul piano demografico. Penso ad esempio alla provincia di Verona, che secondo un recente studio del Cresme va in controtendenza rispetto al dato nazionale…

Qui bisogna analizzare nel dettaglio i flussi migratori, senza paura di entrare in discorsi delicati. Oggi siamo in grado di attrarre quasi esclusivamente lavoratori provenienti da Paesi emergenti o in via di sviluppo, che hanno aspettative di vita e salariali molto diverse rispetto, per esempio, a chi arriva da una nazione del G7. Quanti ingegneri canadesi vengono a vivere da noi? Quanti ricercatori tedeschi scelgono le nostre università?

Quindi non è solo una questione di quantità, ma di qualità e tipologia di opportunità lavorative. Che cosa offre oggi il nostro territorio?

Direi poco, se pensiamo a chi ha competenze alte e possibilità di scelta. Per capire perché dobbiamo tenere insieme tre fattori. Il primo è l’offerta di lavoro: chi offre lavoro, spesso, cerca soprattutto manodopera. Il grido d’allarme tipico delle imprese è che non si trovano operai tecnici da mettere al tornio. Non sentiamo quasi mai nessuno indignarsi per la mancanza di dottorandi in chimica farmaceutica o di designer d’alta moda.

Il secondo è il tema salariale: quando l’offerta di lavoro qualificato c’è, di solito è sottopagata. L’ingegnere laureato a Padova inizia a 1.400 euro al mese: non è necessariamente questo il problema in sé. Il nodo è la proiezione di crescita. Dopo dieci anni, magari sei a 2.400 euro, con un moltiplicatore salariale molto contenuto e un costo della vita che invece aumenta, complice anche un turismo eccessivo che fa salire i prezzi. Perché quel lavoratore dovrebbe rimanere a San Bonifacio e non volare in Germania?

Il terzo elemento è il contesto culturale di cui parlavamo prima. Oggi la provincia tipica del Nord Est è una provincia anziana, che non esprime grande dinamicità culturale e sociale. Perché la Spagna attira giovani? Anche per la sua cultura inclusiva, che accetta e valorizza la diversità. Per certi versi assomiglia alla nostra Emilia-Romagna che, non a caso, è più attrattiva della media.

“Senza una regia condivisa e il coraggio di superare la retorica autocelebrativa del Nord Est, il territorio rischia di perdere i suoi giovani più qualificati e di attrarre quasi solo manodopera poco specializzata”

Quanto pesa il fatto che generazioni diverse hanno desideri e priorità diverse?

Pesa molto. Le richieste non sempre convergono. Per una fascia della popolazione più matura le priorità possono essere ordine, pulizia, decoro, sicurezza; un giovane vive anche di sperimentazione, curiosità, dinamismo, comunità vibranti, relazioni. Se il territorio viene progettato e amministrato solo sulla base delle richieste della parte più anziana, è evidente che le nuove generazioni facciano fatica a riconoscersi in quel modello…

La diagnosi è piuttosto chiara. Ora, come si inverte la rotta? Su quali leve bisogna agire per rendere il territorio di nuovo attrattivo per i giovani?

Penso sia necessario ripartire dall’impresa. Bisogna tornare a fare impresa per generare nuova ricchezza. Ce lo dice la storia: tutto nasce, cresce e muore con l’imprenditorialità. Negli ultimi 60–80 anni, il Nord Est ha realizzato una delle più grandi rivoluzioni economiche d’Occidente. Abbiamo sviluppato un modello di imprenditorialità diffusa che ci ha permesso di diventare quello che siamo oggi, sul piano economico e sociale.

Il problema è che questo modello ha esaurito il suo ciclo di crescita. Da trent’anni siamo sostanzialmente fermi e oggi non abbiamo una nuova generazione di imprese tecnologiche cresciute in modo significativo. Siamo ancora legati a un nucleo di imprese medie e grandi che, per nostra fortuna, continuano a esistere. Ma manca una rigenerazione dal basso.

Che cosa significa, concretamente, rimettere al centro l’imprenditorialità?

Dobbiamo lavorare su due fronti: valorizzare ciò che abbiamo già e creare nuove imprese.
Da un lato bisogna fare in modo che le imprese di valore esistenti diventino più competitive e attrattive per il capitale umano, continuando a investire con loro e mantenendole al centro del nostro disegno economico. Dall’altro, è necessario sostenere le imprese che fanno più fatica: la PMI di subfornitura, l’azienda tipica del capannone industriale.

Tutto questo, però, non basta se non è accompagnato da una nuova generazione di imprese – non per forza di startup tecnologiche, ma di imprese in generale – che crei occupazione ad alto valore aggiunto. È questo, secondo me, il vero elefante nella stanza: come avviare una nuova rivoluzione imprenditoriale nel Nord Est. E per farlo servono alcune condizioni precise, di cui si discute ancora troppo poco.

Il logo dello Young Advisory Board di Fondazione Cariverona

Quando parla delle “condizioni” per avviare una nuova rivoluzione imprenditoriale nel Nord Est, chi sono, secondo lei, gli attori che hanno davvero la forza di cambiare il corso delle cose?

Quando parlo di condizioni, penso a un nucleo di attori che, se si muovessero in modo coordinato, potrebbero davvero cambiare la rotta del territorio. Se guardiamo alla storia dei distretti industriali italiani, veneti, del Nord Est, quasi sempre tutto parte da alcune imprese leader, da cui si staccano operai e tecnici che fondano imprese di subfornitura. Le grandi imprese, insomma, ci sono sempre state e restano uno snodo fondamentale.

Accanto a loro, oggi, devono essere protagoniste le università – soprattutto quelle con dipartimenti STEM, in grado di creare conoscenza complessa – e un mondo della finanza capace non solo di finanziare ciò che esiste già, ma anche di scommettere su nuove idee imprenditoriali più rischiose. L’elemento di speranza, paradossalmente, sta proprio in questi tre attori, che hanno il peso, la competenza e la capacità di incidere sul destino del territorio.

Partiamo dalle grandi imprese, le cosiddette imprese leader: che cosa dovrebbero fare, concretamente, per assumere un nuovo ruolo nello sviluppo del territorio?

Le grandi imprese e le imprese leader hanno una responsabilità particolare. Non possiamo limitarci a dire che l’università non produce conoscenza di livello o che le infrastrutture non sono all’altezza degli altri Paesi europei: sarà anche vero, ma non basta a spiegare tutto.

Dobbiamo chiederci che cosa fa oggi l’impresa del Nord Est per i territori, oltre a generare lavoro – spesso non ben pagato – o ad alimentare filiere. L’impresa leader deve capire che il compito a cui è chiamata non è più solo quello di coordinare delle filiere produttive, ma di provare a giocare una partita di leadership nell’economia della conoscenza. È un lavoro complicato e diverso, soprattutto per un management cresciuto negli anni ’80–’90, ma è un passaggio inevitabile se vogliamo aprire una nuova stagione di sviluppo.

“Per aprire una nuova stagione di sviluppo è decisivo un fronte comune tra imprese leader, università STEM e finanza, capaci di sostenere la nascita di imprese plug-in che si aggancino ai distretti industriali esistenti e li trasformino in attività ad alto valore aggiunto”

Che ruolo dovrebbero giocare le università, in particolare quelle con dipartimenti STEM, in questa nuova stagione imprenditoriale?

Le università scientifiche hanno un ruolo essenziale, in particolare nella creazione di spin-off, cioè nuove imprese che nascono a partire dalla ricerca accademica. In Veneto ne abbiamo diverse di prima fascia, ma spesso manca il trasferimento tecnologico: la capacità di trasformare questa ricerca in innovazione concreta per le imprese del territorio.

E, più in generale, mancano politecnici o business school di alto livello che lavorino in modo sistematico su questi temi e dialoghino davvero con il tessuto produttivo. Senza questo ponte stabile tra conoscenza scientifica e sistema delle imprese, è difficile immaginare una rivoluzione imprenditoriale all’altezza delle sfide attuali.

E il mondo della finanza? Che tipo di finanza serve per sostenere una nuova rivoluzione imprenditoriale nel Nord Est?

Sul fronte della finanza non basta la finanza tradizionale che sostiene ciò che è già consolidato: serve aggiungere un pezzo di finanza meno canonica, disposta a prendersi dei rischi e a scommettere su nuove idee imprenditoriali, su nuovi progetti, su imprese che ancora non esistono o sono in fase molto iniziale.

Oggi, per esempio, il corporate venture capital – gli investimenti che le grandi aziende fanno in nuove startup o progetti imprenditoriali – è sostanzialmente fermo, e i programmi di corporate entrepreneurship, quelli che fanno nascere nuove iniziative dall’interno delle imprese, sono pochissimi. Senza questo tipo di strumenti finanziari e senza una maggiore disponibilità al rischio imprenditoriale, diventa molto difficile alimentare una nuova stagione imprenditoriale nel territorio.

Laboratorio Impact LAB

Lei ha studiato vari modelli di “periferie competitive” nel mondo. Alla luce di quanto diceva sul ruolo di imprese, università e finanza, a quali esperienze potrebbe ispirarsi un territorio come il nostro? E che cosa intende, concretamente, quando parla di “impresa plug-in”?

Intanto diciamo una cosa: il tentativo che abbiamo fatto a Nord Est di copiare la Silicon Valley non ha funzionato. È stato importante che qualcuno ci abbia provato – penso a Riccardo Donadon con H-FARM, che è stato coraggioso e visionario – ma può succedere che le cose non vadano come sperato. Secondo me non ha funzionato perché non c’è, a supporto, un ecosistema in grado di reggere quel tipo di impresa: non abbiamo lo stesso livello di concentrazione di capitali, di ricerca, di grandi player tecnologici in grado di alimentare in modo continuo quel modello.

Qui abbiamo invece una matrice industriale molto forte. La nostra possibilità è elevare le attività industriali esistenti a un livello più alto di valore aggiunto, intersecandole con attività intangibili come la ricerca, il marketing, la finanza, la distribuzione, senza sacrificare l’origine industriale della nostra società, ma evolvendola.

È in questo quadro che, secondo me, l’impresa plug-in ha molto senso proprio qui a Nord Est: è un’impresa che si aggancia ai verticali industriali di grande valore che abbiamo creato negli anni, sviluppando soluzioni nuove a partire da basi produttive consolidate. Non è un’astronave calata dall’alto, ma un’impresa che nasce dal dialogo tra imprese leader, università STEM e, idealmente, una finanza disposta a sostenere progetti innovativi collegati alle filiere già esistenti.

Ci sono territori che l’hanno fatto. Se andiamo a Galway, sulla costa atlantica irlandese, troviamo molte nuove imprese tecnologiche fondate da ingegneri e tecnici locali. Lavorano nel grande campo del biomedicale, che è il settore che caratterizza quella città, ma sviluppano soluzioni tecnologiche in continuità con la base industriale sedimentata nel territorio. È un modello di periferia competitiva in cui la nuova imprenditorialità non sostituisce l’industria, ma la porta su un altro livello.

Mutatis mutandis, perché non potremmo pensare di accompagnare una nuova generazione di imprese plug-in a partire dai nostri verticali industriali? Purtroppo, però, questo ragionamento ancora oggi non trova molta eco nel dibattito politico-industriale del Nord Est.

“Fare impresa è un’espressione della cultura di un luogo: per questo nel Nord Est serve un grande investimento in una nuova cultura imprenditoriale, capace di custodire l’identità del territorio ma anche di contaminarla e innovarla”

Mettere insieme grandi imprese, università STEM e finanza è una sfida grande, perché oggi questi mondi seguono binari che spesso non si intersecano. Vede elementi di speranza per il futuro del territorio? E che tipo di regia servirebbe per farli lavorare davvero insieme?

È effettivamente una sfida enorme, perché oggi questi mondi procedono su binari paralleli che solo raramente si incontrano. Sì, serve una regia condivisa. Questa regia può essere in parte pubblica, con la politica protagonista, ma deve passare anche attraverso i corpi intermedi, le associazioni di categoria, le fondazioni.

Serve qualcuno che disegni una sorta di Piano Marshall, un piano ambizioso per riaccendere uno sviluppo imprenditoriale nuovo in un territorio che ha già spremuto al massimo il modello precedente. Senza buttare via niente, senza fare falò, ma superando una retorica piuttosto stanca del “Nord Est primo”, che ricorda certi slogan americani. Slogan che, in realtà, parlano più di paura e chiusura che di futuro, come se questo territorio fosse dotato di qualche potere magico calato dall’alto. Non è così: il futuro va costruito, e passa dalla capacità di questi attori di prendersi la responsabilità di guidare una nuova fase.

Alla fine torniamo sempre lì: serve anche una nuova cultura del Nord Est. Che legame vede tra cultura e capacità di fare impresa?

Vedo un legame strettissimo. Fare impresa è un’espressione della cultura di un luogo. Pensiamo che l’impresa sia solo un modello di business calato dall’alto. Invece è l’essere umano che fa impresa, ed è l’essere umano a essere espressione della cultura dei luoghi in cui vive.

Perché i giovani oggi non fanno più impresa? Questa è una domanda interessante, che quasi nessuno pone. Io penso che serva un grande investimento in una nuova cultura imprenditoriale del Nord Est.

Abbiamo bisogno di custodire la nostra cultura e identità, ma anche di contaminarle, di sperimentare, di innovare con nuovi modelli. Solo così possiamo immaginare una stagione che renda di nuovo questi territori desiderabili, e che riporti l’impresa al centro come spazio di progetto, non solo come luogo di lavoro.

Giulio Buciuni, professore di Entrepreneurship & Innovation al Trinity College Dublin

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