L’attrattività di un territorio dipende dalla presenza di ambienti vivi, accessibili, plurali. Linda Cossa (Avanzi – Sostenibilità per Azioni) ci racconta come la rigenerazione urbana può diventare una leva di sviluppo in grado di costruire fiducia, rafforzare i legami sociali e aprire nuove opportunità… con i giovani protagonisti

Non bastano casa e lavoro per convincere i giovani a restare. A fare la differenza sono anche gli spazi: vivi, accessibili, capaci di accogliere, di far crescere legami. Ambienti dove si intrecciano cultura e socialità, dove si può sperimentare senza paura di sbagliare, dove si osano nuovi modi di essere comunità. Quando un luogo è di prossimità, plurale e aperto, smette di essere un semplice contenitore e si trasforma in un laboratorio di futuro, capace di generare cambiamento.
Il desiderio emerge con forza dal report Futuro Qui!, un percorso di ricerca e ascolto che ha messo al centro il tema dell’attrattività dei territori intervistando oltre mille under 35. Ne parliamo con Linda Cossa, manager e head di a|place in Avanzi – Sostenibilità per Azioni, che ci racconta come la rigenerazione urbana possa trasformarsi in una vera leva di sviluppo: fiducia come base, capitale sociale come risultato e processi generativi che aprono nuove opportunità, con i giovani chiamati a un ruolo da protagonisti.
“Uno spazio è generativo quando non offre solo servizi ma co-produce con la comunità: intreccia sociale, cultura, lavoro e fa nascere impresa civica”
Linda, se dovessi descrivere lo spazio ideale per i giovani di oggi con tre aggettivi, quali useresti?
Direi: di prossimità, plurale e… indeciso. Prossimità perché è uno spazio che senti vicino, radicato e costante nella propria presenza sul territorio. Plurale perché chiunque deve poterci entrare e trovare il suo posto: uno spazio libero e accessibile, senza barriere o filtri. E indeciso perché gli spazi migliori sono quelli aperti, un po’ “bianchi”, che i giovani possono riempire e trasformare liberamente, facendoli evolvere e adattandoli a quello che serve in un determinato momento.
“Prossimità” è una parola che si sente spesso: cosa significa davvero per te?
Non è solo questione di distanza fisica: è la capacità di uno spazio di leggere e riconoscere bisogni e di abilitare i desideri di chi ci vive attorno. Sono luoghi che funzionano perché si lasciano plasmare dalle caratteristiche del territorio, cambiano forma con il tempo e con le persone che li abitano. Sono così perché sono in quel luogo. Il contesto è dimensione fondante. Prossimità significa questo: radicarsi, evolvere insieme alla comunità, dare risposte che restano vive e pertinenti, condividendo rischi e prospettive.
Ci racconti qualche esempio concreto?
Ce ne sono tanti e molto diversi tra loro, ma con fili conduttori simili: accesso libero, giovani protagonisti, governance condivisa.
A Napoli lo Scugnizzo Liberato, un ex carcere minorile diventato piazza civica. A Torino Comala, che ha riaperto dal basso un presidio di quartiere in un’ex caserma. In Sardegna, l’Argentiera, borgo minerario rigenerato attraverso giovani di tutto il mondo impegnati in workshop che intrecciano formazione e autocostruzione. A Brescia SPAZIO LAMPO, dentro un polo scolastico, dove i ragazzi hanno ripreso possesso dello spazio con usi temporanei e ambiscono ad avere un ruolo sempre più significativo nella sua gestione e sviluppo.
Ovunque il risultato è lo stesso: fiducia, attivazione, cultura e socialità che si intrecciano, e una cura costante che diventa capitale sociale e genera valore.

Quando uno spazio diventa davvero “generativo”?
Quando, una volta riattivato, diventa lui stesso agente attivo di cambiamento. Non si limita a offrire “servizi”: co-produce con la comunità, intrecciando sociale, cultura, tempo libero, lavoro, impresa, apprendimento. Così accresce le capacità collettive: non solo eroga, ma fa impresa – un’impresa collettiva.
È generativo perché non è mai “concluso”, ma è innesco di processi: una piattaforma relazionale e dinamica che raccoglie attività, soggetti e progetti, e allo stesso tempo facilita l’innovazione. La sua forza è nella sperimentazione continua: dalle connessioni nascono nuove idee e lo spazio cambia forma, seguendo desideri e urgenze del territorio.
“La forza sta nella sperimentazione continua: dalle connessioni emergono idee e lo spazio cambia forma seguendo desideri e urgenze del territorio”
Partire con un progetto di rigenerazione senza sapere dove porterà può spaventare: è un freno o solo parte del processo?
Per me è la vera svolta. Serve un desiderio chiaro e condiviso in cui lo spazio e chi lo abita si possano rivedere, ma il “come” deve restare aperto. I giovani sanno abitare l’incertezza.
Spesso i Comuni o le fondazioni arrivano con progetti già scritti. Ma le domande giuste sono altre: a chi interessa? Che problema risolve oggi? Quale desiderio cerca di realizzare? Chi lo anima? E cosa succede se tra un anno le priorità cambiano? Meglio iniziare dalle energie che ci sono, attivare alleanze, testare usi leggeri e temporanei, e poi far crescere e consolidare.
Un ente che accetta questa logica smette di essere programmatore unico e diventa regista e garante: apre la governance, misura sul campo, ricalibra. In questo contesto i giovani, coinvolti come co-registi (ma anche come registi!), sperimentano, si prendono cura dei luoghi e li fanno evolvere.

Da dove parte la rigenerazione? Dallo spazio, dalle persone o dall’idea?
Non esiste un unico punto di partenza, perché funzionano quando queste cose si mettono in relazione tra loro. Lo spazio da solo non basta: sono le intuizioni, i desideri e le urgenze a far fare il primo passo. Senza legami e imprenditorialità civica e sociale, tutto resta vuoto. La scintilla arriva quando persone, idee, luoghi e comunità si incontrano: lì scatta la trasformazione.
Gli ambienti diventano opportunità quando incontrano persone che hanno un desiderio, un’aspirazione, una domanda di attivazione, un bisogno che non trova riscontro e che trova nei luoghi una risposta, una possibilità di trasformare.
Chi sono i city maker oggi e perché i giovani sono spesso protagonisti di questi processi?
Un city maker è un imprenditore civico per il quale la dimensione pubblica è strategica. Pensa e fa, progetta e realizza, vive il progetto come processo e relazione con un obiettivo chiaro: città più giuste, plurali, vive.
In questa fase molti giovani lo sono, perché trasformano domande forti e continue in azione concreta. Portano un’imprenditorialità civica vera: costruiscono identità nello spazio pubblico, mettendo tempo e competenze al servizio del bene comune.
Ma i protagonisti del city making sono tanti: attivisti e volontari, progettisti e urbanisti, ricercatori, artisti, operatori culturali. Ci sono reti del terzo settore che si radicano e imprese che scelgono di stare in un territorio in modo non estrattivo, mettendo a disposizione capacità gestionali. I giovani sono spesso la miccia e la regia operativa: l’innovazione prende forma quando attorno a loro si compone una coalizione con radici, competenze e responsabilità.

E le aziende? C’è posto per il profit negli spazi rigenerati?
Sì, se parliamo di un’impresa che decide di condividere il senso di abitare uno spazio e un territorio: radicata, trasparente, orientata all’impatto e capace di reggere la gestione quotidiana.
Le aziende portano continuità, competenze, investimenti, ma servono regole abilitanti: norme chiare e non punitive, possibilità di attivare piccoli ricavi per coprire i costi, governance condivisa con pubblico e terzo settore, metriche d’impatto e, se serve, una prospettiva di “uscita” quando la comunità va avanti da sola.
Se riconosciamo che anche il profit possa abitare uno spazio, prendersene cura e camminare accanto alle comunità, pur dovendo ogni giorno gestirlo e far tornare i conti, allora cambia la prospettiva: l’impresa diventa un veicolo di generatività per il territorio più che un produttore di profitto. In questo senso, le aziende possono risultare decisive nel far nascere e perdurare luoghi, anche per i giovani.
Penso, ad esempio, alla Casa del Parco dell’Adamello, in Val Saviore: un ambiente che attiva, aggrega, connette soggetti e progetti, e che attraverso queste operazioni si fa spazio di comunità creando valore.
Nei territori piccoli e periferici le cose funzionano in modo diverso rispetto alle città?
Non c’è un contesto migliore in assoluto: città e periferie hanno vantaggi e limiti diversi. Generalizzando, in città hai più flussi, sponsor e opportunità, ma anche costi e competizione più alti. Nei contesti piccoli trovi più senso di comunità, ma anche rigidità e narrazioni consolidate. Il processo però è lo stesso: leggere aspirazioni e urgenze, radicarsi, co-progettare, testare usi leggeri, adattare.
Nelle aree periferiche conta il mix tra reti corte – relazioni locali, fiducia – e reti lunghe che portano risorse e aprono confini. Qui i giovani sono antenne e scintille: mappano desideri, sperimentano usi temporanei, collegano il locale a comunità e competenze esterne.
Quando lo spazio connette il pensiero locale a quello globale, guardando al proprio territorio con occhi nuovi e costruendo una nuova narrazione, diventa orizzonte di opportunità e si trasforma in una infrastruttura civica viva.
“Per uno spazio il termine prossimità significa radicarsi, ascoltare i bisogni e crescere insieme alla comunità, condividendo rischi e prospettive”
Per un giovane quanto pesano spazi vivi e accoglienti nella scelta di restare o partire?
Pesano tantissimo. Senza spazi vivi e accessibili, casa e lavoro non bastano a trattenere gli under 35. È difficile scegliere di restare in un posto che non offre luoghi in cui riconoscersi, costruire relazioni, immaginare futuro. Dopo il Covid-19 questa dimensione è tornata centrale e ha dato slancio a tante rigenerazioni.
Lo si è visto ad esempio ad Alghero con il progetto C4TALENT, che affronta il fenomeno della fuga dei cervelli e che Avanzi sta accompagnando. In assenza di ambienti vivaci e accoglienti, chi è tornato – perché magari, nel frattempo, ha trovato una casa ed un lavoro – riparte. Per questo nel piano d’azione locale abbiamo inserito la ricerca e gestione di spazi di comunità che ospitano pratiche, formano legami, sostengono traiettorie professionali e bisogni personali, e soprattutto coltivano il desiderio condiviso che tiene insieme una comunità.
Nei territori piccoli o policentrici conta molto la qualità delle connessioni. Sei più motivato a restare se gli spazi sono accessibili, creano occasioni per soddisfare bisogni e urgenze e aiutano allo stesso tempo ad esprimersi, ad affermarsi, a costruire relazioni significative.
Se dovessi lasciare un consiglio a chi oggi prova a cambiare i propri spazi, quale sarebbe?
Di spogliarsi da alcune rigidità e “strutture” e lasciare ai giovani parola e possibilità di costruire il futuro. Il nostro ruolo, come enti, organizzazioni e fondazioni, è abilitare, non prescrivere. Molti programmi oggi dicono: “ti do risorse per fare queste cose, in questo luogo, entro questo tempo, in questo modo”, e così finiscono per imbrigliare e indebolire le esperienze.
Gli strumenti servono, ma vanno resi meno vincolanti: più margini di autodeterminazione, flessibilità, fiducia, ascolto, e potere condiviso. I giovani sanno cosa vogliono e hanno l’energia per realizzarlo; noi possiamo costruire le condizioni e lasciare lo spazio perché questo avvenga.

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