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STORIE DI FUTURO QUI!

Partecipazione: il futuro è di chi si fida… e lascia andare il controllo

28 luglio 2025  |  Tempo di lettura: 6 minuti

Per costruire territori vivi e attrattivi serve un nuovo patto tra generazioni: aperto, fiducioso, condiviso. Federico Mento, direttore di Ashoka Italia, ci racconta perché creare veri spazi di attivazione può essere una leva trasformativa



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Fiducia, ascolto, coraggio: non parole gentili, ma strumenti concreti per costruire territori attrattivi. Federico Mento, direttore di Ashoka Italia – organizzazione internazionale che riunisce imprenditori sociali innovativi, visionari e rivoluzionari in tutto il mondo – ci racconta perché le organizzazioni devono smettere di avere paura di perdere il controllo e iniziare a generare futuro insieme ai giovani.

Secondo la ricerca Futuro Qui!, oltre la metà degli under 35 immagina il proprio percorso di vita lontano da casa. Un dato che interroga istituzioni, organizzazioni e comunità: cosa trattiene davvero le nuove generazioni? Sicuramente la casa, lo stipendio, la mobilità, i servizi. Ma a questi fattori si aggiunge qualcos’altro: la possibilità di incidere, di essere ascoltati, di fare la differenza.

Perché i giovani non restano solo dove c’è lavoro. Restano dove c’è futuro e dove hanno la possibilità di immaginarlo e costruirlo da protagonisti.

“I giovani non cercano solo opportunità, ma spazi dove contare davvero: essere ascoltati, incidere, generare futuro”

Federico, in questi anni avete aiutato tanti giovani a giocare un ruolo da protagonisti… Cosa succede quando si apre davvero uno spazio di attivazione, confronto e dialogo con le nuove generazioni?

Se il percorso è ben gestito, succede qualcosa di veramente trasformativo: i modelli organizzativi cambiano, le soluzioni si moltiplicano, le sensibilità si arricchiscono. Quando i giovani si sentono riconosciuti, ascoltati, valorizzati portano dentro l’organizzazione un’energia che la rende più viva, più efficiente, più generativa. Non hai più bisogno di sviluppare “strategie di engagement”: è un entusiasmo che si autoalimenta.

Ma perché questo accada, serve una cosa: la fiducia. E fidarsi vuol dire anche essere disposti a lasciare andare un po’ di controllo, a non considerare l’organizzazione come qualcosa di proprio, disinnescando l’ansia del possesso. È un passaggio delicato, soprattutto per chi l’ha fondata o ci lavora da decenni. Ma è anche l’unico modo per renderla attuale, intergenerazionale, davvero attrattiva per le nuove generazioni.

Aprire questi spazi, quindi, non è solo “giusto”, ma anche utile per i territori…

Quando un territorio riesce a coinvolgere davvero i suoi giovani, si accende. Diventa fertile, innovativo, capace di rigenerarsi. Al contrario, se la componente più dinamica, istruita e connessa della società abbandona la comunità, ciò che resta è un vuoto. Un vuoto di idee, di entusiasmo, di visione. Partecipazione e attrattività sono due facce della stessa medaglia. Perché nessuno resta dove non si sente ascoltato e valorizzato. E questo non è solo un ideale: è una leva strategica.

A Parma, ad esempio, che si prepara a diventare Capitale europea dei giovani 2027, quando si è aperto un vero spazio di confronto, i giovani hanno iniziato a sollecitare l’amministrazione, a proporre incontri, idee, progettualità. L’organizzazione pubblica ha smesso di dover spingere: la partecipazione ha preso vita da sola. Questo è il punto: quando l’innesco funziona, non riesci più a contenerlo. Ed è meraviglioso.

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Allora cosa impedisce oggi alle organizzazioni, dal terzo settore alle istituzioni, di coinvolgere davvero le nuove generazioni?

Troppo spesso si presentano con un linguaggio paternalista. Trattano i giovani come “beneficiari”, come “da formare”, da “ingaggiare”. Questo genera distanza, non coinvolgimento.

Ma c’è di più. Il terzo settore ha perso, in molti casi, la sua forza politica. Un tempo, fare cooperazione o volontariato voleva dire sfidare il sistema, costruire alternative, mettere sul tavolo bisogni ignorati. Oggi invece si confonde spesso con la gestione di servizi. E questo non attiva. Per molti giovani, una startup a impatto sociale può sembrare più rivoluzionaria di una ONG con vent’anni di storia. Perché parla la loro lingua, non li chiama “utenti”, e ha il coraggio di agire.

E poi, come dicevo, c’è la questione della governance: spesso chi ha fondato l’organizzazione tende a viverla come una propria creatura. Ma le organizzazioni non sono nostre. Ci passano tra le mani. E se non impariamo a condividerle – con spazi di condivisione autentici – diventeranno sempre meno rilevanti per chi viene dopo.

“Quando la fiducia è reale, la partecipazione non va progettata: nasce, cresce e si autoalimenta”

Chi deve cambiare per primo? I giovani o chi è già “al comando”?

Entrambi. Ma il primo passo spetta a chi ha il potere. Serve meno giudizio e più ascolto. Troppo spesso si dipingono i giovani come sfiduciati, incostanti, pigri. Ma è uno stereotipo comodo, che evita l’autocritica.

Io, negli ultimi sei anni, ascoltando le nuove generazioni, ho imparato moltissimo. E credo che anche loro abbiano trovato in questo scambio uno spazio fertile. È questo che serve: riconoscersi reciprocamente, lasciando che la leadership sia sempre più diffusa, più porosa, più condivisa.

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Cosa succede invece quando lo spazio di ascolto non si apre? C’è un legame con il tema della disuguaglianza?

Qui tocchiamo un punto cruciale. Se non si riconosce l’urgenza di coinvolgere i giovani, qualcun altro lo farà. E spesso non in modo costruttivo. In diversi Paesi europei, crescono segnali preoccupanti: giovani che si avvicinano a visioni autoritarie, organizzazioni sovraniste, forme di attivismo estremista. Soprattutto nelle fasce più fragili, più disilluse.

Le disuguaglianze oggi sono forse meno visibili ma più profonde. E spesso proprio i territori dove la partecipazione è più bassa sono quelli in cui si concentrano precarietà, sfiducia, isolamento. Se non mettiamo i giovani nelle condizioni di diventare attori del cambiamento, queste disuguaglianze si ampliano e diventano terreno fertile per fenomeni preoccupanti.

Ma è proprio vero che oggi i giovani “partecipano meno”?

Credo sia una lettura parziale, che si basa su indicatori vecchi per realtà nuove. È vero: in molti Paesi assistiamo a un calo della partecipazione elettorale, dell’iscrizione ai sindacati, all’associazionismo tradizionale. Ma questo riguarda tutte le fasce d’età, non solo i giovani.

I giovani, semplicemente, partecipano in forme diverse. Più fluide, meno strutturate. Magari si attivano per l’ambiente per due anni, poi cambiano focus e si dedicano ai diritti civili. È una partecipazione intermittente, ma non meno autentica. Esprime una generazione che non è affatto disillusa: è solo diversa.

E se non impariamo a leggere questa diversità, continueremo a dire che “non partecipano” solo perché non lo fanno come lo facevamo noi, magari scendendo in piazza o aderendo a un corteo.

“Trattare i giovani come ‘utenti’ o ‘da formare’ crea distanza: servono linguaggi nuovi e governance condivise”

I social sono solo esibizionismo o possono diventare vera partecipazione?

Domanda centrale. I social non sono solo un megafono. Sono parte della nostra identità. Oggi siamo tutti un po’ fisici e un po’ digitali, non solo i giovani. La manifestazione del pensiero, del dissenso, dell’attivismo, passa anche da lì.

Ti faccio un esempio: ho visto un’attivista palestinese, che dagli Stati Uniti dialogava con giovani israeliani sui social per conoscere il loro punto di vista sulla situazione nella Striscia di Gaza. Io penso che questo sia attivismo. Anche un podcast può esserlo. Un commento. Una diretta. Un post. Se restiamo con le lenti del Novecento, vedremo il vuoto. Ma l’attivismo oggi è anche individuale, connesso, decentralizzato. E può essere profondamente politico.

Spesso vediamo giovani che si attivano in modo repentino per cause specifiche, ma poi magari non restano… È un problema o una nuova normalità?

Penso che dobbiamo superare il “mito della continuità”. Anche noi, da giovani, eravamo incostanti… Viviamo tante vite, spesso in parallelo. Non possiamo pretendere appartenenza assoluta e perenne.

Quello che possiamo fare è creare spazi agili, accoglienti, non burocratici. Accettare la discontinuità come parte del gioco. E riconoscerla non come debolezza, ma come curiosità in movimento. Una volta accettato questo, possiamo costruire nuove forme di partecipazione che non chiedano fedeltà, ma apertura.

Federico Mento, direttore di Ashoka Italia

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