Nel primo appuntamento di RIGENERA – il viaggio, l’evoluzionista propone una lettura radicale della crisi ecologica: non basta contenere i danni o difendere il passato, serve immaginare nuovi modi di stare nel cambiamento per rigenerare i territori

C’è una parola che torna spesso quando si parla di ambiente: proteggere.
Proteggere ciò che resta. Limitare i danni. Difendersi dal cambiamento.
Ma la prima tappa di RIGENERA – il viaggio, dedicata al tema “Ambiente – La forza delle relazioni”, ha suggerito una prospettiva più esigente. Nel dialogo con Emilio Casalini, Telmo Pievani, evoluzionista e filosofo della scienza, ha spostato il fuoco su un punto essenziale: oggi rigenerare non significa custodire con nostalgia il mondo di ieri. Significa capire come stare dentro una trasformazione già iniziata con più lucidità, più immaginazione e più coraggio.
È uno scarto che conta. Perché cambia il modo in cui guardiamo i territori, i progetti e perfino la crisi ecologica.
“Rigenerare non vuol dire semplicemente proteggere ciò che resta, ma imparare a riconoscere nelle trasformazioni in corso uno spazio concreto di progetto, responsabilità e futuro”
La diagnosi, in fondo, la conosciamo da tempo. Sappiamo che il clima cambia, che gli ecosistemi si impoveriscono, che stiamo consumando risorse più rapidamente di quanto siamo capaci di rigenerarle. Continuare a ripeterlo, da solo, non basta più. La domanda vera è un’altra: come si costruisce futuro dentro il cambiamento, senza limitarsi a subirlo?
Ed è qui che entrano in gioco due parole che nel dibattito pubblico usiamo ancora troppo poco: creatività e immaginazione.
Non come abbellimento retorico. Non come parentesi ispirazionale. Ma come strumenti concreti per leggere in anticipo ciò che sta cambiando e progettare risposte nuove: nuovi usi dei luoghi, nuove economie, nuovi modi di abitare città, montagne e comunità.

Il punto non è tornare indietro
Uno dei passaggi più forti emersi nella serata è proprio questo: non usciremo dalla crisi inseguendo il ripristino del passato.
Pievani lo dice con la nettezza di chi guarda ai processi evolutivi, non alle nostalgie collettive. Il clima cambia. Gli ecosistemi cambiano. Le condizioni in cui abbiamo costruito per decenni modelli economici, turistici, urbani e produttivi non sono più le stesse. Fingere che nulla sia accaduto non è prudenza: è ritardo.
E il ritardo, prima o poi, si paga.
“Creatività e immaginazione non sono un lusso per tempi migliori, ma strumenti essenziali per leggere il presente e costruire forme nuove di abitare i luoghi”
Per questo il cuore del ragionamento non sta nella promessa di “salvare tutto com’era”, ma nella capacità di immaginare per tempo ciò che può venire dopo. Vale per la montagna che non può continuare a pensarsi solo attraverso la neve. Vale per le città che non possono limitarsi a sopportare il caldo. Vale per i territori che continuano a consumare risorse, suolo e relazioni come se fossero inesauribili.
La provocazione, in fondo, è semplice: non siamo in ritardo perché mancano gli allarmi. Siamo in ritardo perché troppo spesso manca la lungimiranza.
La creatività non è un lusso: è una competenza territoriale
Quando si parla di transizione, la creatività viene spesso confinata ai margini, come se fosse una dote accessoria, utile magari alla comunicazione o alla cultura, ma non alle grandi trasformazioni.
La serata di RIGENERA suggerisce l’opposto.
La creatività è una competenza civica e territoriale. Serve per vedere possibilità dove prima c’erano solo abitudini. Serve per riconoscere che un paesaggio, una coltura, un margine urbano, una valle, un bene comune possono smettere di essere solo ciò che sono stati e diventare qualcos’altro: un innesco di nuove relazioni, di nuove economie, di nuove forme di benessere.
Non è evasione dalla realtà. È esattamente il contrario: è il modo più serio per starci dentro.

In questo senso, rigenerare richiede una facoltà che per anni abbiamo sottovalutato: la capacità di immaginare usi diversi, funzioni diverse, alleanze diverse. Non per rendere i territori “più attraenti” in astratto, ma per renderli più abitabili, più resilienti, più intelligenti.
È una differenza decisiva. Perché un territorio non cambia davvero quando si limita a difendere la propria identità. Cambia quando scopre che la propria identità può ancora generare forme nuove.
Dalla sostenibilità alla rigenerazione
Forse è anche per questo che, accanto alla parola sostenibilità, oggi si fa strada un altro concetto: economia rigenerativa. Nell’incontro è emerso come uno degli snodi più interessanti, perché aiuta a uscire da una visione puramente difensiva della transizione.
Per anni il lessico dominante è stato quello del contenimento: ridurre l’impatto, limitare gli sprechi, abbassare il danno. Tutto necessario. Ma non sufficiente.
La rigenerazione chiede un passo in più. Chiede di progettare interventi che non si limitino a pesare meno, ma che sappiano ricostruire valore: ecologico, sociale, culturale, relazionale. Chiede di passare dall’idea di una rinuncia inevitabile a quella di una trasformazione che può produrre benefici multipli.
“L’economia rigenerativa invita a fare un passo oltre il contenimento del danno: non solo ridurre l’impatto, ma ricostruire valore ecologico, sociale e relazionale”
È il principio dei co-benefici, richiamato più volte durante la serata: quando un’azione non migliora solo un aspetto, ma più dimensioni insieme. Un intervento ambientale che genera anche salute. Una scelta urbanistica che produce anche qualità della vita. Un progetto territoriale che rafforza anche la comunità. Un modello economico che non estrae soltanto valore, ma lo rimette in circolo.
Detta in modo più netto: la vera alternativa oggi non è tra economia e ambiente. È tra economie che consumano il futuro ed economie che provano a costruirlo.
I territori si rigenerano quando smettono di pensarsi per compartimenti
C’è un altro punto che il dialogo tra Casalini e Pievani lascia in eredità, ed è forse uno dei più utili per chi lavora nei territori: le trasformazioni vere non avvengono per settori separati.
Ambiente da una parte. Sociale da un’altra. Cultura altrove. Economia in un altro tavolo ancora. Funziona sempre meno così (e forse non ha mai funzionato davvero).
Un territorio si rigenera quando comincia a vedere le connessioni. Quando capisce che la biodiversità non è un tema per specialisti, ma una risorsa che tocca identità, paesaggio, agricoltura, turismo, salute, appartenenza. Quando comprende che un bene comune non è un fondale da preservare, ma una condizione attiva di possibilità. Quando smette di misurare i progetti solo per quello che portano subito e comincia a chiedersi che cosa lasciano dopo.

Anche per questo, nella serata, gli esempi richiamati non funzionano come parentesi illustrative. Funzionano come prove di realtà. Mostrano che il cambiamento prende corpo quando un territorio riesce a leggere in modo nuovo ciò che ha davanti: una valle, una coltura dimenticata, una comunità, una pratica, un paesaggio. E da lì costruisce una traiettoria che tiene insieme racconto, progetto e partecipazione.
Non è folklore. Non è maquillage. Non è marketing territoriale ben scritto. È, semmai, il contrario: è il momento in cui un luogo smette di vendere un’immagine e torna a produrre senso.
La biodiversità non è solo natura: è possibilità
Su questo Pievani insiste molto, e fa bene. Perché nel discorso pubblico la biodiversità viene ancora trattata troppo spesso come una materia laterale, quasi ornamentale. Importante, certo, ma confinata nella sfera scientifica o nella sensibilità ecologica.
In realtà, soprattutto in un Paese come l’Italia, la biodiversità è molto di più. È una trama viva che tiene insieme natura e cultura, geografia e storia, paesaggi e saperi, colture e comunità. Non è soltanto ciò che va protetto. È anche ciò che può generare futuro, se impariamo a leggerlo e a valorizzarlo senza banalizzarlo.
“La biodiversità non è solo una ricchezza naturale da difendere, ma una possibilità concreta di generare identità, appartenenza e nuove traiettorie di sviluppo per i territori”
Qui sta un’altra provocazione utile: forse non abbiamo solo un problema di perdita. Abbiamo anche un problema di sguardo. Perdiamo perché non riconosciamo fino in fondo il valore di ciò che abbiamo. E quando non riconosci un valore, difficilmente riesci a immaginarne il futuro.
Rigenerare, allora, non significa aggiungere una patina verde ai progetti. Significa imparare a vedere nella complessità biologica e culturale dei territori non un vincolo, ma una risorsa generativa.
Qui sta un’altra provocazione utile: forse non abbiamo solo un problema di perdita. Abbiamo anche un problema di sguardo. Perdiamo perché non riconosciamo fino in fondo il valore di ciò che abbiamo. E quando non riconosci un valore, difficilmente riesci a immaginarne il futuro.
Rigenerare, allora, non significa aggiungere una patina verde ai progetti. Significa imparare a vedere nella complessità biologica e culturale dei territori non un vincolo, ma una risorsa generativa.
La transizione non si subisce, si governa
Alla fine, il messaggio più forte lasciato da questo primo appuntamento di RIGENERA è forse il più scomodo.
La transizione non si evita. Ma si può ancora decidere come starci dentro.
Si può negarla, e arrivare sempre in ritardo.
Si può rincorrerla, e pagare ogni volta il prezzo più alto.
Oppure si può provare a governarla.
Governarla non significa controllare tutto. Significa attrezzarsi prima. Accettare che non esistono risposte perfette. Sperimentare. Correggere. Immaginare. E, soprattutto, smettere di considerare creatività e visione come lussi per tempi migliori. Sono esattamente le risorse che servono quando i tempi si fanno più difficili.
È qui che la rigenerazione smette di essere una parola comoda e torna a essere una parola impegnativa.
Perché obbliga a farsi una domanda che vale per istituzioni, organizzazioni, comunità, progettisti, cittadini: stiamo ancora provando a difendere il mondo di ieri o stiamo già imparando a immaginare il mondo di domani?
La differenza, forse, comincia tutta lì.
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