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RIGENERA - Le storie

Casalini: "Basta lamentarsi, la rigenerazione ha bisogno di coraggio"

24 marzo 2026  |  Tempo di lettura: 5 minuti

Emilio Casalini, giornalista, conduttore televisivo e curatore del ciclo RIGENERA – il viaggio, riflette su ciò che rende autentico un processo di cambiamento: ascolto, comunità, coinvolgimento dei giovani e un cambio di mentalità per osare insieme

Emilio Casalini, giornalista, conduttore televisivo e curatore di RIGENERA - il viaggio

Smettere di lamentarsi. Avere il coraggio di proporre, di rischiare, di osare insieme. È da qui che parte la riflessione di Emilio Casalini, giornalista, conduttore televisivo e curatore del ciclo RIGENERA – il viaggio, che inaugura la nuova serie Le storie di RIGENERA.

Per Casalini la rigenerazione non coincide con una parola di moda né con un’operazione di facciata: nasce quando una comunità si ascolta davvero, si mette in gioco e trasforma un’idea in un progetto condiviso, capace di resistere nel tempo e di cambiare la vita dei luoghi.

Quando la rigenerazione è reale e quando invece resta solo una parola di facciata?

La differenza tra marketing e rigenerazione profonda sta nel coinvolgimento della comunità. Sembra quasi banale dirlo, ma è lì che si misura la verità di un progetto. Bisogna vedere quante persone vengono coinvolte davvero, non solo negli incontri iniziali, ma lungo tutto il percorso. E bisogna capire quante continuano a esserci, in modo attivo o anche solo di supporto.

Un progetto di rigenerazione funziona quando non è sostenuto soltanto da chi è in prima linea, ma da una cornice umana più ampia fatta di persone, competenze, professionalità e valori. È quella base larga che lo rende solido. E costruirla costa moltissimo: tempo, fatica, confronto, ascolto.

A volte significa anche rinunciare alla “purezza” del progetto iniziale. Perché quando ascolti davvero le persone, emergono bisogni nuovi, punti di vista che non avevi previsto, e allora il progetto cambia. Ma è proprio questa capacità di modificarsi, di arricchirsi di nuovi punti di vista, senza perdere direzione, che lo rende forte.

“La rigenerazione è reale solo quando smette di appartenere a pochi e comincia a vivere nella comunità che la sostiene, la trasforma e la fa durare nel tempo”

Qual è il segnale più concreto che ti fa capire che un territorio sta entrando in un vero percorso di rigenerazione?

La durata. È il tempo che smaschera tutto. I progetti fragili si fermano appena viene meno la figura che li ha ideati o guidati. Quelli solidi, invece, resistono anche agli scossoni, ai cambiamenti, alle difficoltà economiche o organizzative.

Quando una comunità è davvero coinvolta, se manca una risorsa la cerca, se c’è un problema prova a risolverlo, se una persona si allontana non crolla tutto. Il progetto non coincide più con un singolo visionario o con un ente: diventa qualcosa di condiviso.

E poi c’è un altro indicatore importante: la capacità di rinnovarsi. Quando una comunità partecipa davvero, porta idee nuove, persone nuove, energie nuove. Se questo non succede, un progetto rischia di diventare vecchio, autoreferenziale, perfino retorico.

Emilio Casalini e Telmo Pievani nella prima tappa dedicata al tema "Ambiente - La forza delle relazioni"

C’è un errore che vedi ripetersi spesso nei percorsi di rigenerazione?

Sì: restare chiusi. Molti progetti nascono grazie a una figura forte, e quella figura all’inizio è necessaria. Serve qualcuno che abbia un’intuizione, un’energia, una spinta. Il problema nasce quando tutto rimane nelle mani di quella persona e di un piccolo gruppo che le sta intorno. In quel caso il progetto si irrigidisce. A volte si creano perfino tensioni, divisioni, lotte interne. Perché manca un coinvolgimento più ampio, manca un vero lavoro di allargamento.

Il dialogo con la comunità ha un costo enorme in termini di tempo ed energie, ma è ciò che tiene insieme i pezzi. E i pezzi sono tanti: il pubblico, il privato, le associazioni, chi accoglie, chi racconta, chi lavora sulla mobilità, chi tiene vivo un luogo, chi offre competenze. La rigenerazione vera è quella che mette in relazione molti soggetti, che insieme possono fare la differenza e cambiare realmente le cose.

“Un progetto cambia davvero un territorio non quando si limita a raccontare una visione, ma quando trova il coraggio di ascoltare i bisogni e di lasciarsi modificare da ciò che emerge”

Da dove si parte davvero: da un’idea forte o dall’ascolto?

Le strade possono essere due. O parti da un’intuizione forte, da qualcosa che senti vada valorizzato, oppure parti dall’ascolto e chiedi al territorio quali siano i suoi bisogni e le sue possibilità. Ci può essere un elemento già evidente – un luogo, un edificio, un paesaggio, una storia – che merita di essere rimesso al centro. Ma quando questo non c’è, o quando non basta, bisogna fare una cosa molto semplice e molto rara: chiedere. Chiedere che cosa le persone vedono, che cosa desiderano, che cosa manca, che cosa vale la pena far emergere.

Da lì possono nascere le idee più giuste, perché non sono calate dall’alto ma costruite a partire da chi quel luogo lo vive davvero.

Un momento di interazione con il pubblico

In questo ascolto, i giovani che ruolo hanno?

Fondamentale. E troppo spesso sottovalutato. Si chiede pochissimo ai ragazzi più giovani di cosa abbiano bisogno davvero. E invece basta ascoltarli per capire cose essenziali.

Mi ha colpito molto, in un progetto di rigenerazione di un piccolo paese, sentire dai ragazzi una richiesta semplicissima: “Noi non abbiamo un posto dove stare”. Niente di straordinario. Non chiedevano grandi infrastrutture o progetti spettacolari. Chiedevano uno spazio loro: una stanza grande, due divani, un tavolo, uno stereo, un frigorifero. Un luogo in cui potersi incontrare.

Spesso noi adulti pensiamo ai murales, ai festival, agli eventi, a iniziative anche molto belle. Ma se non ci accorgiamo che i ragazzi non hanno nemmeno uno spazio quotidiano in cui stare insieme, allora stiamo perdendo il punto.

Ho visto giovani che, pur di avere un luogo dove ritrovarsi, affittavano a proprie spese un vecchio negozio. Questo dice tutto: c’è un bisogno fortissimo di appartenenza, di relazione, di autonomia. E ascoltarlo cambia il modo in cui immagini la rigenerazione.

“Coinvolgere i giovani non significa pensare iniziative al posto loro, ma riconoscerli protagonisti e prendere sul serio le loro esigenze più profonde di relazione, autonomia e appartenenza”

Quindi l’ascolto è la vera miccia?

Sì, perché solo ascoltando capisci dove intervenire davvero. Altrimenti rischi di costruire progetti belli ma scollegati dalla vita reale delle persone.

L’ascolto non è una premessa formale: è un metodo. E spesso è anche ciò che consente di evitare errori. Se rimani chiuso nel tuo punto di vista, non solo coinvolgi poco, ma non ti accorgi neppure di aver preso una direzione sbagliata.

In un percorso di rigenerazione, che ruolo hanno narrazione e comunicazione?

Hanno un ruolo importante, ma bisogna capirsi bene: la comunicazione non viene prima. Prima viene la costruzione di senso, la narrazione, che serve innanzitutto a creare consapevolezza. Raccontare un luogo, un progetto, una trasformazione significa far emergere un valore, rendere visibili delle possibilità, aiutare una comunità a riconoscersi in ciò che sta costruendo. In questo senso, la narrazione è già parte del cambiamento, perché produce consapevolezza.

La comunicazione arriva dopo, ma resta essenziale. È l’ultimo miglio: se c’è qualcosa di bello, di importante, di trasformativo, bisogna raccontarlo e renderlo visibile. Ma una comunicazione efficace nasce solo quando ha dietro contenuti reali. Altrimenti resta vuota, sterile, autoreferenziale.

La comunicazione di un luogo non dovrebbe essere una vetrina costruita per piacere agli altri. Dovrebbe essere il modo in cui quel luogo racconta se stesso, il proprio valore, la propria identità, il proprio cambiamento. In questo senso, la narrazione è espressione di sé, mentre la comunicazione è lo strumento che le dà forza e diffusione.

Telmo Pievani, evoluzionista e filosofo della scienza

Qual è il messaggio finale che senti di lasciare a chi abita i territori?

Di smettere di pensare che tanto non cambi mai niente. E di cogliere le possibilità quando si aprono. Serve il coraggio di proporre, di mettersi in gioco, di osare anche nei confronti di interlocutori importanti, come una fondazione di origine bancaria o un’istituzione. Osare non significa buttarsi nel vuoto. Significa immaginare, discutere, sperimentare insieme.

Mi piace molto un principio che veniva applicato secoli fa nella laguna di Venezia: procedere in modo “graduale, sperimentale e reversibile”. È un approccio bellissimo. Graduale, cioè un passo alla volta. Sperimentale, cioè con il coraggio di provare qualcosa di nuovo. Reversibile, cioè senza produrre danni permanenti.

Se si lavora così, allora si può rischiare in modo intelligente. E da lì può nascere un cambiamento vero: nella vita delle persone e nel destino dei luoghi che abitano.

“Per generare cambiamento serve meno rassegnazione e più coraggio condiviso: proporre, sperimentare, osare insieme, con passi graduali, sperimentali e reversibili”

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